Viaggi

Giappone arriviamo!

Ci siamo: manca un mese esatto alla partenza per l’amato Sol Levante. :-D

Il 5 marzo mi imbarco. Caro yen, abbassati se no saran dolori!! :cry:


Il brunch domenicale del Four Seasons Hotel Bangkok: probabilmente uno dei migliori pasti della vostra vita.

La Thailandia é un posto in cui ci si può sfamare bene spendendo veramente pochissimo. Ma a volte vale veramente la pena di mettere mano al portafoglio e spendere. In questo caso mi permetto di consigliarvi il brunch domenicale del Four Seasons Hotel in Bangkok:  vi assicuro a fine pasto ve ne andrete soddisfatti. Questo brunch fa il tutto esaurito quasi ogni domenica e non senza motivo. Offre infatti una varietà e qualità di cibi e bevande che non conosce paragone.

Chiariamo subito una cosa: questo non é un brunch. Il brunch è un pasto che consiste in una commistione, sia morfologica che di fatto, di prima colazione(breakfast) e pranzo (lunch). La diffusione è dovuta soprattutto alla comodità di un pasto meno formale di una colazione o un pranzo, assieme alla possibilità di servirsi da un buffet sul quale è lecito proporre qualunque tipo di cibo, dolce o salato che sia. Il brunch è tipico della domenica, quando ci si alza più tardi del solito e non si ha voglia di aspettare fino all’ora di pranzo per mettere qualcosa sotto i denti. Quello che offre il Four Seasons invece non é un autentico brunch ma un vero e proprio pranzo a buffet di eccezionale qualità.

Innanzitutto il prezzo: 2.350 THB++(+7% IVA +10% Servizio = 399,5  THB) [2.749,5 THB = € 66 circa al cambio fine 2011). Le bibite, alcolici inclusi, sono comprese. I bambini dai 4 ai 12 anni pagano THB 900++. Per la Thailandia é caro ma per i nostri standard é un autentico affare. Orario: 11.30-15.00 .

Il brunch del Four Seasons si tiene la domenica ma c'é anche un brunch speciale e più esclusivo che si tiene il primo di gennaio, ogni anno, non importa che giorno sia. Il prezzo del buffet sale di una quindicina di euro se ricordo bene ma aumentano la qualità dei vini e degli champagne, nella sezione mare appaiono aragoste e altre cose costose. Il brunch é upgradato in parecchie sue parti e merita ancor di più. Se avete la fortuna di trascorrere il capodanno a Bangkok permettetemi un consiglio: la sera del 31 dic state leggeri leggeri: spiluccate una cosa, andate fuori a ballare e bere (senza esagerare); in buona sostanza festeggiate frugalmente. Il giorno dopo vi alzate alle  10:30/11:00 e senza far colazione filate al brunch: alle 12 siate già belli in linea forchetta in mano e che il ciel vi aiuti.

All'interno del Four Seasons hotel ci sono 5 ristoranti: uno dei migliori ristoranti Thai della città, uno dei migliori ristoranti italiani della città, un ottimo ristorante giapponese di sushi, un ristorante di cucina internazionale. una rinomata steak house. Questi ristoranti vantano tutti un eccellente qualità ma sono normalmente molto cari e in una città come Bangkok non gli consiglierei (a parte il ristorante Thai che merita e che tutto sommato non é carissimo). Il bello del brunch domenicale é che tutti questi ristoranti propongono il meglio delle loro pietanze.

La Parichart Court: se non temete il caldo cercate di sedervi su uno dei tavoli fuori. Il suo fascino coloniale puo sembrare um'pó decadente ma che diamine son esperienze da fare una volta ogni tanto.

Come si procede? Ci si reca nel cortile interno del Hotel dove si tiene il brunch, ci si fa accreditare (senza prenotazione difficilmente si trova posto libero), si sceglie un tavolo libero (all’interno di uno dei due ristoranti: il Madison o lo Spice Market, oppure nel cortile all’aperto: la Parichart Court, se non temete il caldo). Su ogni tavolo c’è un contenitore con delle card col numero del vostro tavolo. Oltre alle varie pietanze a buffet che vi servirete da soli c’é ne sono parecchie che vanno preparate al momento; in quel caso voi ordinate quel che volete, consegnate una delle card col vostro numero e appena é pronto ve lo portano al tavolo.

Card con numero del vostro tavolo

Passiamo a elencare le varie postazioni:

Il Bar: qui trovate una discreta varietà di vini bianchi compreso dello champagne. Sono disponibili anche dei rossi ma ho notato che visto il caldo sono poco gettonati. Anche le birre ovviamente disponibili sono poco gettonate visto che evidentemente la gente preferisce dar valore al proprio denaro bevendo vino. Si può anche richiedere al barman qualche cocktail: in posti cosi si trova sempre qualche anglosassone che preferisce pasteggiare a suon di Martini, stile Hemingway. Ovviamente sono disponibili anche le bibite gassate che vanno per la maggiore ma la cosa più interessante (sopratutto per gli astemi come me) sono i vari succhi (spremute, centrifughe) di frutta fresca: ananas, melone, anguria, cantalupo e altri frutti tropicali si offrono al meglio nella loro forma liquida; personalmente amo mischiarli, quelli dolci con quelli più aspri. Di solito ne escono sempre dei bibitoni più che buoni e se per caso il risultato non é dei migliori, bé…riprova, sarai più fortunato.

Almeno 8 succhi di frutta freschi sempre disponibili. Poi se uno vuole c’é anche la frutta fresca. Le caraffe dei succhi sono dietro la frutta per impedire ai clienti di maneggiarle da soli? La cosa non mi ha mai fermato.

Caviar Station: immaginate un enorme lastra di ghiaccio a mo di tavolo, immersa in una laghetto pieno di carpe decorative ed un cameriere con stivali/pantaloni di gomma che vi serve direttamente dalla pozza. Può sembrare una cosa um’pó pretenziosa ma é di sicuro effetto. Forse la scena serve a nascondere il fatto che vi servono delle volgari uova di pesce invece di beluga e sevruga ma questi ultimi sono diventati cosi rari e costosi che una scatoletta da poche decine di grammi costa molto più del prezzo del brunch. Qui troverete 6 tipi di uova di pesce tra cui le Tobiko usate comunemente per il sushi e le molto meno comuni Ikura che provengono dai salmoni piu grassi e sono particolarmente ricercati dagli intenditori. Come accompagnamento le solite cose che si servono con il caviale: panna acida, spicchi di uova bollite, scalogno, erba cipollina, capperi, ecc.

Qui ho trovato una foto che inquadra anche il cameriere nella sua tutta di gomma. Sul tavolo la disposizione dei piatti é diversa dalla mia foto ma immagino di tanto in tanto ne varino forma e forse anche contenuti.

Salad Station: offre una buona varietà di insalate varie: solo verdure, con mozzarella, con pollo, con frutti di mare, salmone affumicato, ecc. Difficilmente riuscirete a passare davanti a questa postazione senza mettere qualcosa nel vostro piatto.

Thai Food Station: questa postazione offre una buona varietà di insalate thailandesi e i loro tipici spiedini a base di pollo. Il problema é che la cucina Thailandese é disponibile dappertutto a buon mercato. É una cucina buona ma non adatta a tutti essendo spesso picantissima. Per questa serie di motivi pochi si servono qui. Se uno vuole mangiare thailandese non ha semplicemente bisogno di spendere sessanta e passa euro. Se avete pagato una simile somma vi dovete concentrare su cibi più costosi. Per la cucina locale basta uscire dall’hotel.

Thai Station

Thay Station: la sezione satay/spiedini

Una cosa che pero dovette provare assolutamente qui é il Miang Kham. Il Miang Kham é un delizioso stuzzichino composto dai seguenti ingredienti secchi: cocco, scalogno, lime, noccioline, mango verde, gamberetti, anacardi, zenzero e del peperoncino bird’s eye fresco sia verde che rosso, il tutto bagnato con dello sciroppo di palma e avvolto in una foglia che può essere di diversi tipi , ma sempre commestibile. Da questa descrizione potreste pensare che é una combinazione di sapori e odori fortissimi e invece scoprirete che questo incredibile mix di ingredienti ha un sapore molto delicato tendente al dolce con lievi sentori asprigni (dovuti al lime?) e cosa incredibile per una pietanza Thai non é affatto piccante. Il modo migliore per iniziare il brunch é proprio un paio di Miang Kham con il vostro drink preferito.

Il Miang Kham va assolutamente provato: é lo stuzzichino con cui vi consiglio d'iniziare il pasto.

Indian Food Station: l’angolo della cucina sub-continentale ha un forno Tandori dalla quale sfornano il tradizionale pollo Tandori, pesce marinato Tikka, Shack Kebab, antipastini e salsine speziate al curry varie ma il vero pezzo forte di questa postazione é il Naan, con l’aglio o senza. Il Naan é un tipo di pane azzimo lievitato di origine Indo-pakistana; quando é ben fatto é una delle cose più deliziose di questo mondo. Inutile dire che qui é fatto al top: il cuoco lo impasta e gli da forma davanti ai vostri occhi, poi lo appiccica con forza sulla parete interna del forno metallico a forma di bidone gigante e dopo qualche minuto sul vostro tavolo arriva questa delizia ancora bollente. Un “must” assolutamente imperdibile.

I forni cilindrici dove viene cotto il Naan.

Chinese Food Station: offre degli ottimi Dim Sum e Shu Mai al vapore (sono dei deliziosi ravioli ripieni di gamberi e carne) che meritano almeno un assaggino. Ci trovate anche costicine di maiale brasate con salsa di soia dolce, Anatre Laccate intere e le zuppe: quella agro piccante e quella di pesce Mor con carne di granchio; ma é tutta roba che pur essendo buona non dovrebbe trovare spazio nel vostro piatto visto che lo spazio disponibile nel vostro stomaco é limitato e bisogna impiegarlo al meglio. Poi é chiaro che allo stomaco come al cor non si comanda ed é anche giusto seguire le proprie pulsioni.

Anatre e maialini pronti a essere affettati per voi: basta chiedere.

Japanese Food Station: offre sushi e sashimi di qualità sopraffina e tanto basterebbe, invece ci trovate anche della buona zaru soba tradizionale e a al tè verde (che con questo caldo é l’ideale), manzo shabu-shabu, Tempura di gamberi e la sempre ottima anguilla ai ferri.

Japanese Station

Shabu Shabu

Foie Gras & Salmon Station: questa é LA POSTAZIONE che da sola vale il buffet!  Fegato Grasso d’oca intero scottato in padella con salsa al Porto: una poesia! Salsiccette al Foie Gras: deliziose! Le tradizionali terrine  al Foie Gras: meravigliose! Custard  di Foie Gras con olio al tartufo: mmmh, mmmhh! (Dan Peterson ©) Inutile dire che se non vi piace il Foie Gras al 90% é perché come me avevate assaggiato solo quelle cioffeche che vendono in scatola: qui vi ricrederete e vi convertirete a questa fantadelizia. La postazione propone anche del salmone fresco intero, asparagi e qualche insalata meditteranea ma come ho già detto lo spazio disponibile nel vostro stomaco é limitato e bisogna impiegarlo bene.

Foie Gras Station

Foie Gras Station: oltre al foie gras intero nei piatti notate le salsiccette al fegato con rosmarino nel tegame.

Pasta Station: inutile dire che chiunque venga dall’Italia ad un brunch simile per mangiare della pasta italiota é un mentecatto e quindi nel caso é pregato di lasciare immediatamente questo blog e di non tornarci mai più: astenersi perditempo e mentecatti, please!

Pasta Station

Cold Seafood Station: qui veniamo a una delle altre postazioni che da sole valgono il costo del brunch: quella del pesce e dei frutti di mare. All’interno del ristorante Madison, di fronte alla postazione dei cuochi che cucinano a vista c’é un bancone pieno di ghiaccio sui cui sono depositati: gamberoni tigre, trote, salmone, tonno Akami, chele di granchio, ostriche Rock Sidney, cozze blu della Tasmania, Cappe Sante e nelle occasioni speciali come a capodanno anche aragostine di scoglio e aragoste Red Craw.

Cappe Sante anyone? :-P

Vi riempite un bel piatto con quello che preferite, lo consegnate ai cuochi della Grill Station che é proprio di fronte, dando il vostro numeretto e dicendoli come lo volete cotto e dopo pochi minuti il piatto arriva bello fumante. Ripetete l’operazione fino a quando il vostro stomaco e il vostro fegato ve lo permetteranno.

La Grill Station dove vi cucinano al momento il tutto: come vedete il bancone é fornitissimo di tutte le salse piú usate al mondo per molluschi, frutti di mare e carni. A voi la scelta: in quei bicchierini trovate di tutto.

Grill Station:  questa postazione non é solo quella in cui ci si fa cucinare i molluschi e i frutti di mare esposti nella Cold food Station. Qui oltre a una buona varieta di salse varie c’é anche il reparto carne nel quale troverete: costate di manzo scozzese Angus, filetto di manzo, cotolette d’agnello, salsicce bianche di vitello, salmone, tonno, branzino, seppie e altro che non ricordo. Certo in giro c’é un sacco d’altra roba ma io di qui non vado via senza um’pó di filetto e um’pó d’agnello, costi quel che costi.

Voilá un menu tipico della Grill Sation

Omelette Station: con tutto questo ben di Dio c’é qualcuno che ha voglia di farsi fare un omelette o una frittatina? Ma per favore….

Bread Station: baguette francesi, ottimi pani in stile tedesco con vari miscele di farine e cereali, pretzl, croissant al burro, ecc. Questa postazione offre prodotti di qualità ineccepibile ma comunque non ha ragione d’esistere. Perché? Perché come ho già spiegato presso la postazione indiana fanno il Naan che é il non-plus-ultra  dei pani e solo quello dovete consumare. Anche col Foie Gras? chiederanno alcuni. Certo! rispondo io. Provare per credere.

Cold Cuts & Cheese Station: offre una buona varietà di salumi (quasi tutti italiani di origine toscana), sottacetti e formaggi (quasi tutti francesi del tipo molle). La postazione é ben fornita e non demerita ma bisognerebbe sforzarsi di evitarla visto che c’è roba molto più buona, particolare e costosa a vostra disposizione. I francesi sostengono che bisogna sempre lasciarsi um’pó di spazio per il formaggio a fine pranzo ma io vi chiedo: - Possiamo davvero fidarci dei consigli culinari di gente che oltre a mangiare rane e lumache vi serve spaghetti bianchi scotti e sconditi a mo di contorno per la bistecca? No! Non credo proprio. Comunque devo colpevolmente ammettere che un assaggino di salumi me lo prendo sempre. Non sempre ahimè il raziocinio prevale sull’istinto. Siate più forti di me e ricordatevi quanti dessert vi aspettano e poi che saranno mai due, tre fettine di affettato? ;-P

Waffle & Pancake Station: caldi, fatti al momento.

Un waffle così neanche in Belgio...

Cakes & Pastries Station:i dolci sono veramente troppi per descriverli e comunque non ne conosco i nomi. E’ un insieme di tavoli messi in fila: 6/7 metri di pasticceria prolungata. Cercate di farvene un idea con le foto. Di buono hanno che di solito sono spesso in mini porzioni cosi potete veramente assaggiarne un fottio. C’è anche una postazione con dell’ottimo gelato fatto artigianalmente: 5/6 gusti ma tutti fatti come si deve.

Maccaron, trouffle e cioccolatini come se piovessero

Crepes & Souffle Station: offre deliziosi suffle alla banana e altri gusti ed ovviamente delle crepes che farete farcire come più vi aggrada con creme, confetture e frutti tropicali vari. Volendo ve le fate fare flambé al Grand Marnier.

Station: Crepes and Souffle

Crepes Suzette, Grand Marnier e frutta tropicale, Olé!

A pensarci bene qualcosa di extra da pagare c’è: tè e caffè. Capirai!!!

Qualche suggerimento finale per rendere ancora più piacevole il vostro brunch:

  • Prenotate! Possibilmente almeno una settimana prima. Arrivare in hotel sperando di aver fortuna ci può stare ma rischiate una delusione(sopratutto in alta stagione. Se non volete farlo direttamente da casa, prima di partire potete chiederlo al portiere del vostro albergo appena arrivate: dopotutto é li per aiutarvi.  Qui il sito dell’hotel con tutti i numeri di riferimento. Se non temete il caldo quando prenotate chiedete un tavolo all’aperto nella Parichart Court: sedere a gambe incrociate su un divano di bambù all’ombra di una palma, sorseggiando champagne e mangiando frutti di mare può sembrare um’pó decadente ma che diamine, son esperienze da fare una volta ogni tanto.
  • Vestitevi non dico in maniera pretenziosa ma almeno con qualcosa di festivo: niente calzoni corti, e sandali per gli uomini. Niente jeans stracciati per le donne. Vi sentirete più a vostro agio, sopratutto quando passate per la lussuosissima hall dell’Hotel.
  • Saltate la colazione. Se potete, state leggeri anche a cena, la sera precedente. Non fate alcun altro piano per la giornata. Per assaporare a pieno questa esperienza culinaria sarà meglio arrivare a stomaco vuoto ed avere tutto il tempo per godersela senza che qualche impegno pomeridiano vi sia di assillo. Senza contare che dopo il pasto luculliano che farete l’unica cosa che vorrete sarà una sdraio su cui esalare l’ultimo respiro.
  • Una volta preso possesso del vostro tavolo, cercate di mantenere la calma e il sangue freddo. L’istinto di solito é quello di prendere un piatto ed iniziare a riempirlo di roba dalla station più vicina a voi. Non fatelo! Andate al bar, prendete un drink o un succo di frutta. Poi sorseggiando la vostra bibita fatevi il giro completo di tutte le station. Solo quando avrete chiara in mente l’esatta composizione e vastità del banchetto che vi attende potrete scegliere con cognizione di causa con cosa andare a riempire la vostra (ohibò) limitata capacita di stomaco. Lasciate siano i grassi turisti del nord Europa ad abbuffarsi senza ritegno di tutto quel che gli capita a tiro: voi scegliete solo il meglio!

P.S. Se avete in programma un viaggio in Thailandia e non lo avete ancora fatto vi consiglio di leggere questo mio articolo sul Tempio delle Tigri. Un posto bellissimo che non é tra i più reclamizzati dalle guide ma che potrebbe offrirvi un esperienza indimenticabile.

NB: Pur avendo fatto qualche foto del buffet non avevo pensato di farne un articolo sul blog ragion per cui ho dovuto integrare le mie con delle immagini prese in rete. Ho usato comunque solo immagini che corrispondevano a quello che ho visto nelle mie tre visite a Bangkok (inevitabilmente, come tutte le cose il brunch cambia sempre di qualcosina, bisogna tenere conto che trattandosi di cibo la stagionalità ha la sua importanza; credo che comunque in qualsiasi periodo ci andrete non ne rimarrete delusi). Di solito sono molto attento a pubblicare immagini piuttosto leggere (sui 100 k) per non rendere il caricamento della pagina pesante, considerata l’arretratezza della rete internet italiana ma per questo articolo ho dovuto usare immagini um’pó più pesanti del solito: ho notato che riducendo troppo la qualità delle foto i cibi sembrano spenti e mi sembrava un peccato vanificare questo articolo con delle foto che non rendessero giustizia ai cuochi.


Viaggio in Giappone 2010: Day 25 – Ritorno: una tranquilla giornata da bestemmie, una triste giornata per arte e cultura ovvero come si può arrivare a rimpiangere la vituperata Alitalia.

Venerdì 29 ottobre.
Vorrei dire che mi sveglio presto perché vorrebbe almeno dire che ho dormito ma così non è. Come sempre in Giappone l’ultima notte la passo a fare i bagagli.
Lascio casa di Kunio verso le 04.35 e per fortuna non piove perché comunque carico come sono non potrei tenere l’ombrello che lascio in eredità al mio gentile ospite.
Arrivo a Shibuya e prendo il Narita Express che in ore 01,15 mi porta a destinazione con largo anticipo per il mio volo delle 10.50 ma in questi casi meglio mettere in conto qualche imprevisto e giocare in anticipo, inoltre è imperativo quando si ha bagaglio evitare l’ora di punta che qui inizia presto e finisce tardi. Credetemi nella rush hour qui non guardano in faccia nessuno: si lotta col coltello tra i denti e non si fanno prigionieri. Tokyo in questo è spietata.
All’ufficio della JR restituisco la mia carta Suica che aveva dentro ancora 610 yen di credito ed il deposito di 500 yen e c’è una bella sorpresa all’Italiana: trattengono 200 yen per l’operazione, questo però non stava scritto da nessuna parte; dicevano che la cauzione di 500 yen viene restituita, punto. Mi piacerebbe queste quisquilie fossero menzionate chiaramente, sono meno di 2 euro e mi sento per la comodità e per il tempo che fa guadagnare di consigliare a tutti l’uso della Suica-Pasmo ma vorrei informazioni chiare. Mi sa che a saperlo, per 300 yen me la tenevo come souvenir tanto più che tutti i negozi duty free all’interno dell’aeroporto l’accettano quindi potete far fuori eventuali crediti residui lì dentro.

Vado all’accettazione bagagli dell’Austrian visto che ho fatto il check in on line e qui cominciano le magagne. La valigia pesa 29,8 Kg.
La tipa mi sequestra il mio tubo porta poster/calendario e me lo fa imbarcare:chissà in che condizioni mi arriva? Poi pretende di pesare anche la mia sacca: 14,9 Kg.
- Ma non si può portare un bagaglio a mano più pesante di 8 Kg, bla bla bla è pericoloso bla bla bla. Deve spostare bagaglio nella sua valigia principale e se ha un cappotto le conviene indossarlo.
- Va bene, torno subito.
Mi apparto, metto il computer nella mia borsetta a tracolla, indosso l’impermeabile sopra la giacca mentre nella sala ci saranno 30 gradi, sposto qualche artbook nella valigia che incredibilmente li raccoglie e torno all’accettazione. Vado dalla collega accanto della stronza di prima che passa la mia pratica alla collega. La valigia adesso pesa 31 Kg e la sacca 9. - Per un chilo si chiude un occhio, no? dicco con cattiveria fulminandola con lo sguardo. Non ha coraggio di controbattere e comincia a far i conti di quanto mi farà pagare per il sovrappeso. Fanno in tutto 460 Euro. Sti cazzi! Meno male che c’è gli ho penso malinconico mentre mi rendo conto che alla fine il biglietto mi viene a costare lo stesso quasi 1200 euro. Poi un barlume di lucidità mi attraversa la mente: 11 Kg. di sovrappeso! 460 Euro! MA DE CHE’?
- ALT! FERMA UN ATTIMO! Ma la convenzione internazionale dice 20 dollari a chilo, perché 460 euro?
- Quella è la convenzione tra USA e Europa. Qui è di 40 Euro al chilo.
- COSA????
- …e in più 30 euro per la pratica che ci costringete ad aprire per l’overweight…
- QUARANTA EURI AL CHILO, MA VOI VI DROGATE!!! E DI BRUTO PURE.
- Nani?
- NANI STO CA220!! NON E’ POSSIBILE STA CIFRA.
- …è la convenzione tra Giappone-Europa…
- LADRI DI MERDA … (per motivi di opportunità non riferirò con troppo zelo le precise parole che ho attribuito a tutti i presenti  e ai che mi capitavano sotto tiro)
Realizzo che il reale costo dei libri che mi sto portando dietro va decisamente ricalcolato, quindi decido di sbarazzarmi di parte del bagaglio.
Mi apparto di nuovo e tiro fuori i libri più pesanti, tutti sull’ukyo-e. Sono veramente dei mattoni. Ma sono delle opere d’arte: degli anni ’60 per di più, Gli ho pagati poco al mercato di Kyoto ma il sovrapprezzo aereo è davvero troppo. Sono loro purtroppo gli agnelli sacrificali al mio portafoglio assieme a 3 splendidi dépliant pesanti e lussuosi delle case giapponesi. Ma buttare gioielli simili è un delitto verso arte e cultura. Decido di lasciarli su una panchina ma subito arriva uno sbirro della security che mi dice che non posso lasciarli (…spesso gli sbirri e i carabinieri al proprio dovere vengono meno, ma non quando sono in alta uniforme e gli accompagnarono al primo treno… cit.) . Con la morte nel cuore mi tocca la vergogna di buttare dei libri (e che libri) nel cestino della spazzatura, non ho potuto dar loro neanche la chance che qualcuno gli raccogliesse. Triste il giorno in cui li ho comprati da un amorevole libraio per gettarli nella monnezza dopo pochi giorni.
Abbattuto torno all’accettazione, di nuovo dalla prima stronza: 26,2 Kg. – Sono 2 Kg di sovrappeso, più i costi per la pratica. Ma se sono 6,2 i chili di sovrappeso??? Vabbè taccio che è meglio, forse vuol farmi pagare di meno o forse è veramente scema, penso.
Mi chiede:
- Dove risiede?
- In Bulgaria
- Da quanto tempo?
- Ci lavoro da quasi 2 anni.
- Non vedo il visto.
- Che visto?
- Quello per la Bulgaria.
- Non serve.
- Qui c’è scritto che serve per chi sta più di 3 mesi.
- Qui dove? La Bulgaria è nell’Unione Europea. Il mio è un passaporto Italiano (paese comunitario) ergo non ho bisogno di alcun visto.
- Ma qui c’è scritto.
- MA QUI DOVE? TRA PAESI COMUNITARI NON C’E’ BISOGNO DI ALCUN VISTO!
- Non avete per caso un visto di un paese Schengen sul vostro passaporto?
- ???? Ma siete NORMALI. L’Italia è un paese Schengen quindi è impossibile che vi sia un visto Schengen sul mio passaporto.
- E un visto bulgaro?
CALMA! 1,2,3,4,5,6…CALMA.
- La Bulgaria è un paese comunitario, e non mette visti sui passaporti dei cittadini UE, inoltre in Europa molti viaggiano con carta d’identità sulla quale non c’è il posto fisico per mettere timbri e visti.
- Ha la carta d’identità?
- Si, a casa. Non l’ho portata visto che in Giappone non è riconosciuta.
Mezz’ora persa in queste stronzate mentre queste non sanno neanche dove si trovano e intanto rubano lo stipendio e cosa più grave rubano tempo a me per non parlare della crisi di nervoso che mi sta venendo e pensare che sono un tipo piuttosto impassibile.
Alla fine si convincono e mi consegnano la cedola da pagare: 10.500 yen.
- Devo Tornare qui a mostrarle che ho pagato?
- Si, dopo che ha pagato, venga a mostrarmelo.
Vado, pago, torno a mostrare la cedola.
- Non c’era bisogno di mostrarmela, prosegua pure.
- MA TU C’HAI LA FACCIA COME IL CULO, LA MADRE………MA SEI DEFICIENTE? MA LO PARLI L’INGLESE? MA CHI TI HA MESSO A LAVORARE QUI……………….

Veramente le impiegate dell’Austrian  a Narita sono inqualificabili. Se non sai l’inglese NON puoi lavorare in un aeroporto!

Passo rapidamente il controllo passaporti e mi avvio verso i negozi per spendere i miei pochi yen rimasti. C’è anche un negozio di elettronica; vado a dargli un occhiata e ricevo il colpo di grazia definitivo: vendono proprio qui, allo stesso prezzo, il washlet della Sanyo da me acquistato ad Akihabara. Cioè non solo mi sarei potuto risparmiare tutta l’odissea del giorno prima per comprarlo ma potevo farlo dopo aver consegnato il bagaglio e avrei avuto 6-7 chili di meno di bagaglio ed avrei evitato il casino sovrappeso.  Me lo avrebbero dato nel suo cartone e se all’imbarco lo avessero considerato troppo grosso (cosa quasi sicura) una delle hostess avrebbe chiamato un addetto bagagli e l’avrebbe fatto imbarcare senza comunque farmi pagare una lira in più: per la roba presa al dutyfree non si paga mai.

Prendo l’ottimo aereo Austrian a cui gli aerei Alitalia non hanno nulla da invidiare e dopo 12 ore arrivo a Vienna. Ho 4 ore da aspettare per il mio aereo per Sofia quindi ne approfitto per stendere questo resoconto, poi vado ad imbarcarmi quando arriva un messo della Austrian che ci avvisa che il volo ritarda lievemente e che invece che alle 20.00 partirà alle 23.10. Bene, così arrivo alle due del mattino contando un ora di fuso orario. Però ci offrono qualcosa da mangiare al bistrot dell’aeroporto.
Bene vado a vedere se ci sono gli zoccoli di bue ripieni (specialità locale di pregio), comunque grazie Austrian, sei riuscita a farmi rimpiangere la nostra povera Alitalia che ha mille difetti ma almeno ne è consapevole e non si azzarda a far pagare l’overweight dei bagagli ai passeggeri.

austrian lines YOU SUCK!


Viaggio in Giappone 2010: Day 24 – Tokyo – Yokohama – Tokyo: la fine si approssima.

Giovedì 28 ottobre

Anche stamattina piove di brutto e oggi mi attende una giornata campale.

Mi alzo presto per andare ad Akihabara per comprare il washlet. I negozi aprono alle 9.30-10.00, arrivo um’pó prima e mi tocca aspettare sotto un cielo cosi plumbeo che sembra sera, mentre piove a catinelle. Laox é uno dei negozi più forniti del quartiere e sono abituati a trattare con clienti stranieri quindi qualcuno che parlicchia inglese si trova sempre. Visto che i prezzi non sono peggiori rispetto ai suoi vicini ho deciso di fare qui il mio acquisto. Chiamo un commesso per farmi consigliare. C’é un solo modello che funziona col voltaggio europeo (220-240 v), é della Sanyo e costa quasi ¥50.000 (€ 480 circa). É un modello che rapportato agli altri in vendita per il mercato giapponese é piuttosto caro visto che offre funzioni basilari; Toto e Panasonic per esempio per modelli simili fanno pagare sui ¥30.000. Volendo posso prendere un modello destinato al mercato giapponese (110 v) più lussuoso e comprare in aggiunta un trasformatore (in negozio ne sono forniti) da € 70-90 ma dopo attenta riflessione mi sembra un ricarico di complicazioni non da poco senza contare che mettere un trasformatore in bagno é comunque una scocciatura (far fare una nicchia o scatola per contenerlo e poi fare sempre la massima attenzione visto che parliamo di un ambiente umido). Scelgo il Sanyo. Un volta che comunico la mia scelta inizia il LENTO tran tran dei negozi giapponesi. Sono cortesi, ossequiosi, attenti, scrupolosi ma sono “lenti come il male™” e quando hai fretta la cosa é maledettamente irritante. Per fare una cosa per la quale in Europa servirebbero 2 minuti ci mettono 8-10 minuti. Considerando che in questo caso devono compilare anche il modulo duty free poi…Pago con carta di debito. La prima transazione non va. Tiro fuori l’altra carta di debito e il pagamento é accettato.

Torno di corsa a casa Kunio per lasciare il washlet e prendere una borsa di roba che porterò a Yokohama da Wakako. Infatti intendo andare in un centro commerciale con lei per comprare um’pó di cibarie e di accessori da cucina che mi spedirò via posta e insieme ai miei acquisti mi spedirò parte dei vestiti che mi sono portato dietro in modo da liberare spazio nel bagaglio con cui rientro. Certo visto che spedisco la roba via mare ci vorranno 2-3 mesi ma tanto é tutta roba estiva e non mi servirà subito. Inoltre é un ottimo stratagemma da usare contro gli avidi doganieri europei che non amano rovistare tra vestiti sporchi e che se vedessero solo roba nuova di zecca nella propria confezione scintillante potrebbero anche decidere di farti pagare dazio *. E’ una cosa che avevo fatto già nel mio primo viaggio in Giappone. Riempio la borsa di vestiti, modellini e tutti  gadget dei Tigers trovati allo stadio e riparto sempre sotto la pioggia verso la stazione.

Mi fermo a prelevare da un bancomat. Operazione rifiutata. Usiamo l’altra carta. Operazione rifiutata!??? Che diavolo, vediamo i movimenti su questa carta. Ah é quella usata per pagare il washlet. E allora perché l’altra non funzia, vediamo anche qui i movimenti.  Ah é quella usata per pagare il washlet. Pure??? Ma mi hanno fatto il doppio addebito. Allora anche la prima carta che avevo provato é stata caricata. Stupendo! Facciamo un salto da Laox per dargli una tiratina d’orecchi, che importa se devo andare da Wakako a Yokohama che é proprio in direzione opposta ad Akihabara?

Con la borsa che piccola non é in questa bella giornata di pioggia battente vado a Shibuya, poi ad Akihabara, tiro cazziatone a quelli di Laox e poi faccio annullare uno dei due addebiti, comunque il riaccredito non é immediato il che é una bella fregatura. Poi di nuovo in treno con vari cambi per arrivare a Yokohama. Lo scherzetto di Laox mi é costato almeno 2 ore se non di più. In stazione chiamo Wakako che arriva poco dopo. Mi dice che Gianluca e Marco sono andati a Tokyo visto che io tardavo tanto. Comunque mi porta in un grande supermarket a ridosso della stazione dove faccio aiutato da lei um’pó di compere: Soba, salsa per la Soba, un sacco di dadi giganti per fare il curry giapponese, caramelle, chewingum e sopratutto Pocky di tutti i gusti e varianti.

Pocky in tutti i gusti pensabili ed immaginabili

Compro inoltre qualche piccolo accessorio per la casa di quelli che si trovano solo in Giappone: molti gli definirebbero inutilità ma io non sono d’accordo; se una cosa ti facilita la vita e costa poco perché non prenderla? Poi vista la pioggia prendiamo un taxi per arrivare a casa di Wakako. Un migliaio di yen decisamente spesi bene! A casa sua lasciamo il contenuto della mia borsa (nascondendo per bene il merchandising dei Tigers visto che a quanto pare suo padre é un riprovevole fan dei Giants) e le buste della spesa, ci penserà lei a spedire il tutto quando avrà la macchina di sua madre disponibile. ♡Troppo Buona! ♡Grazie. ♡Grazie.

Chiamiamo un altro taxi e ci facciamo portare in stazione dove prendiamo un treno per Tokyo. Abbiamo appuntamento con gli altri in zona Roppongi e siamo um’po’ in ritardo per colpa di Laox, grrr. Usciamo dal metro’ sotto una pioggia battente.

Marco, Gianluca, Mikio e Wakako.

Ci incontriamo in uno Starbucks con Marco, Gianluca e Mikio (il simpatico cuoco conosciuto al matrimonio dei ragazzi). Purtroppo non ci sono Giova e Zibido: visto il tempo orrendo hanno preferito restare a casa e francamente non posso dar torto ma la cosa mi spiace molto visto che non li potrò salutare, domani mattina parto troppo presto.

Mikio ha deciso di portarci in un ristorante um’po’ particolare (dopotutto se non li conosce lui che é del mestiere…) specializzato in pietanze a base di pollo e dove si serve il sashimi di pollo CRUDO.

Ci incamminiamo sotto la pioggia (tutti con l’ombrello ovviamente) per raggiungere il ristorante che si trova a una decina di minuti a piedi. Seguo gli altri e passiamo davanti a diversi scorci architettonici/artistici originalissimi che meriterebbero di essere fotografati ma i ragazzi a causa del acquazzone sotto il quale ci troviamo non mi sembrano in vena e cosi anche io non oso fermarmi.

Il bancone del PolloRistorante: c'é anche una saletta con tavoli nel retro.

Arrivati al ristorante ci accomodiamo in una saletta e lasciamo che sia Mikio ad ordinare anche per noi visto che é l’anfitrione di questa serata e conosce bene il posto e le sue specialità. Ma com’è il sashimi di pollo?

‘Na MERDA!

Sashimi di pollo: gira e rigira hai voglia a intingerlo in salsette varie, sempre pollo crudo é!

Comunque, se ci tenete a conoscere veramente il gusto del sashimi di pollo andate al vostro supermercato di fiducia, accattatevi un pollo Amadori o un Galletto Amburghese Vallespluga, tornate a casa, aprite la confezione, lavate per bene il pollastro con acqua fredda corrente e poi dategli un bel mozzicone. Se siete tipi particolarmente raffinati potete intingere il boccone in um’po’ di salsa di soia prima di addentarlo.

sd

Gianluca tra Mikio e Wakako: stasera grazie al fatto che é vegetariano ha mangiato meglio di tutti noi.

Io e Marco siamo esterrefatti da queste sublimi pietanze. Gianluca da buon vegetariano se la ride sotto i baffi guardando le nostre facce. Gli indigeni invece si gustano il pasto come se fosse il non plus ultra delle leccornie. Mi sembra hanno portato anche qualche pezzo di pollo cotto ma traumatizzato com’ero non credo neanche di averci badato. Ad un certo punto Mikio si é assentato da tavola (non per sputare quel che aveva ingurgitato)  ma per pagare la cena senza che ci potessimo opporre. Che dire? E’ una persona veramente squisita, simpatica, generosa; l’unico appunto che gli vorrei fare e il seguente: - Caro Mikio, facciamo che la prossima volta andiamo in un ristorante di ramen o tempura o katsudon. Spendiamo meno e sopratutto spendiamo MEGLIO.

La torre di Tokyo fotografata in uggiosa serata ottobrina da Roppongi Hils

Lasciato il locale decidiamo di fare una puntatina a Roppongi Hills che é in zona. E’ un posto che mi é sembrato meritevole di visita ma in una serata di pioggia come questa, verso le 10 di sera, mentre tutto sta chiudendo, penso perda gran parte del suo fascino. Arriviamo in una piazza interna coperta dove é stato appositamente lasciato uno squarcio nel muro attraverso il quale si inquadra perfettamente la torre di Tokyo che la sera fa la sua porca figura, peccato che in una serata cosi umida non si riesce a fare una foto decente: ho fatto una dozzina di scatti e il meglio che é uscito é quel vedete qui sopra.

Wakako e Mikio: siamo ad un melanconico addio.

Prendiamo un dolce in una pasticceria (o era uno starbucks?) che ha dei tavolini nella piazzetta coperta e poi mestamente ci salutiamo e ci dirigiamo verso i nostri rispettivi treni: i ragazzi devono tornare a Yokohama e devono partire con un certo anticipo.

Anche questa bella vacanza é finita e domani ci tocca rientrare alla base.

*P.S.  Riguardo la roba che mi ero spedito: é arrivata dopo due mesi e mezzo circa. I cartoni sono due e la dogana ha deciso di ispezionarne uno. Mi chiamano presso i loro uffici e mi chiedono cosa contengano e io gli é lo dico: qualche giocatolo, vestiti sporchi miei e sopratutto cibarie.

  • Doganiere stronzo: Cibarie, come cibarie? Non lo sa che é proibito farsi spedire cibo da paesi extra UE?
  • Io: Proibito? Ma da quando? UN sacco di gente si fa spedire roba da amici giapponesi e nessuno ha mai avuto problemi.
  • Doganiere stronzo: É proibito. Proibitissimo!
  • Io: Ma allora io che faccio?
  • Doganiere stronzo: Eh, le sequestriamo tutto.
  • Io: Sequestrate tutto? Ma suvvia é tutta roba secca. Pasta, salse, biscotti, salatini. Non c’è niente di fresco. Non c’è carne o qualsiasi roba di derivazione animale.
  • Doganiere stronzo: Tutto. Sequestriamo tutto!
  • Io: :cry:

Seguo il doganiere nel locale apposito. Lo vedo prendere il pacco ed aprirlo. Comincia a rovistare tra vestiti sporchi, modellini di Lady Oscar e Maison Ikkoku, bastoni da fan dei Tigers grucce porta cravatte e 3/4 pacchetti di chewingum.

  • Doganiere stronzo: Il cibo dov’è?
  • Io: Sarà tutto nell’altro pacco.
  • Doganiere stronzo: Collega dov’è l’altro pacco che ha lo stesso destinatario? Me lo puoi tirar fuori?
  • Collega: Eh no, non lo puoi controllare. Abbiamo deciso di controllare solo uno dei pacchi e l’altro l’abbiamo già timbrato e sdoganato.
  • Io: :lol:
  • Doganiere stronzo: :evil:
  • Io: Allora questi chewingum me li sequestrate?
  • Doganiere stronzo: Che fa lo spiritoso?  :mad:   Vada! Vada! Per questa volta passa.

Lolissimo.


Viaggio in Giappone 2010: Day 23 – Tokyo: il Mandarake di Nakano e il teatro Takarazuka di Tokyo

Mercoledì 27 ottobre
Oggi facciamo qualche spesa finale visto che questo viaggio volge al termine. Per chiunque sia minimamente interessato al mondo dei manga e degli anime giapponesi una visita al Mandarake di Nakano è obbligatoria. Di negozi specializzati in questo settore c’è ne sono tanti in una città come Tokyo ma la catena Mandarake è semplicemente la migliore e la più grande. Ci trovate di tutto: dai modellini agli artbook, dalle fanzine alle card collezionabili, dai giocattoli d’epoca ai videogiochi a tema ai rodovetri ( anime cel).

Delle varie filiali di questa catena la migliore, quella storica è quella che si trova a Nakano nel centro commerciale Nakano Broadway (5 min. dalla stazione JR Nakano che si raggiunge in pochissimo tempo prendendo un treno da Shinjuku).

Tokyo - Nakano - L'ingresso della via commerciale.

Una volta usciti dalla stazione vi dirigete verso la via commerciale principale alla fine della quale trovate l’ingresso del Nakano Broadway. Questa via commerciale non è molto lunga ma e una delle mie preferite visto che l’ho sempre vista molto viva.

Tokyo - Nakano - La via commerciale -

Sarà perché è sempre molto popolata, sarà perché è una delle prime che ho conosciuto nel mio primo viaggio in Giappone, sarà perché è piena di belle ragazze discinte che tentano di vendere ai passanti gli ultimi modelli di cellulari, sarà perché ci sono parecchi ottimi ristoranti giapponesi oltre ai soliti fast food, sarà qualcos’altro ma fatto sta che questo e un posto che mi mette allegria.

Tokyo - Nakano - La via commerciale - uno dei tanti negozi della Uniqlo

Tokyo - Nakano - La via commerciale - Il fast-food Lotteria, alternativa migliore di McDonalds's

Entro nel Nakano Broadway e mi reco subito ai piani superiori dove sono sparsi i vari negozi di merchandising. Dovete infatti sapere che il Mandarake qui non ha un solo grande negozio come per esempio a Shibuya ma è suddiviso in vari negozi medio piccoli sparsi um’po’ a caso su due piani diversi, ognuno dei quali specializzato in un tipo di merce: quello degli artbook, quello dei modellini, ecc. Oltre ai negozi del Mandarake ci sono altri negozietti che vendono anche loro merchandising di manga/anime. Inoltre ci sono negozi di cd, dischi, librerie, vestiti e vari materiali collezionabili. Purtroppo il Mandarake non vuole che si facciano foto dei suoi negozi e da per tutto sono disseminati cartelli ( in inglese ) che lo ricordano. Comunque potete farvene un idea guardando il video del bravo Marco Togni che vi porta dalla stazione fino ai negozi più piccoli del terzo e quarto piano del centro commerciale. Qui, qui e qui i link del video diviso in tre spezzoni da 8-9 minuti ciascuno.

Tokyo - Nakano Broadway - L'ingresso del centro commerciale.

In questa mia terza visita a questo posto ho la spiacevole sorpresa di trovare un sacco di negozi dei piani più alti chiusi. Tre anni fa il posto era ancora gremito di negozi ma sembra che il centro commerciale stia perdendo colpi. Sia ben chiaro, tutti i negozi del Mandarake sono li ma sembra che pian piano molti degli altri negozi abbiano chiuso. Inutile dire che girare in posti dove ci sono un sacco di stand con serrande abbassate mette tristezza. Non vorrei, pian piano il posto chiudesse, sarebbe un vero peccato. Credo finché il Mandarake rimarrà qui il Nakano Broadway continuerà ad esistere ed ai piani bassi tutto appare come al solito ma non so se riusciranno ad invertire la tendenza dei piani più alti. La gente viene in posti così per la varietà e la scelta. Quando i negozi attorno a te iniziano a chiudere sempre meno gente viene a visitare il tuo piano e alla fine anche tu ti vedi costretto a cambiare se non addirittura a chiudere la tua attività.

Tokyo - Nakano Broadway - Uno storico personaggio da decenni popolare mascotte di una nota marca di dolciumi locali.

Tokyo - Nakano Broadway

Comunque la roba per cui sono venuto io c’è in abbondanza e la mia visita non è affatto infruttuosa: finisco per comprare una decina (diciamo una quindicina che il numero è più esatto, va) di artbook, due modellini di Lady Oscar e due modellini di Maison Ikkoku. I modellini che venivano venduti solo a coppie erano uguali ma con colorazione dei vestiti differenti. Anche così avevano comunque un costo molto contenuto e ingombro a parte facevano si che comprassi contemporaneamente un regalo per me e uno per degli amici.

Tokyo - Nakano Broadway - una foto rubata ad uno dei negozi Mandarake

Soddisfatto dei miei acquisti esco dal centro commerciale e vado a mangiarmi un buon ramen in uno dei ristorantini nella via commerciale di fronte. Poi torno a casa a lasciare gli acquisti e a prepararmi per stasera visto che ho lo spettacolo del Teatro Takarazuka a Ginza.

Io tre anni fa ero venuto al teatro tentando invano di comprare un biglietto e mi ricordavo che non era difficile arrivarci, stavolta pero non so come mi perdo e ci metto parecchio per arrivarci, chiedendo diverse volte indicazioni ai passanti. Arrivo trafelato e sudato ma comunque in tempo per lo spettacolo (non dubito che qui, con la loro mentalità, a spettacolo iniziato non ti fanno entrare), per fortuna ero partito con largo anticipo.
Qui a Tokyo le distanze sono enormi e a dispetto dell’efficientissima rete di trasporti comunque ci si impiega sempre parecchio a spostarsi. Inoltre va detto che molte delle stazioni di metro e treni sono a loro volta smisurate e se le indicazioni dei percorsi dei treni sono tutto sommato facili da interpretare non lo sono altrettanto quelle delle grandi stazioni con le loro decine di uscite contrassegnate da numeri e lettere. Aggiungiamo il fatto che è tutt’altro che facile orientarsi anche nella stessa città con questi indirizzi impossibili, che il vostro Smartphone anche se funzionasse costerebbe un ira di Dio e che anche se scaricaste la mappa di google sarebbe comunque solo con scritte giapponesi e capirete quali sono le difficoltà che attendono il povero turista gaijin. Chiariamoci, non è semplice neanche per gli indigeni (spessissimo chiedendo un indicazione a qualche giovane questo tira fuori il cellulare e cerca il posto col navigatore GPS) ma per noi poveracci che non conosciamo la lingua, circondati da ideogrammi incomprensibili è molto più dura.

Tokyo - Il teatro Takarazuka di Ginza.

L’opera a cui son venuto ad assistere é Der Zigeuner Baron, (lo Zingaro Barone) un opera tratta da un a quanto pare famosa operetta di Johann Straus. Io però mica lo sapevo e sono andato alla rappresentazione perfettamente ignaro della trama che per altro é abbastanza complessa col risultato che non me la sono goduta molto.

Takarazuka - Lo zingaro barone.

Finita la rappresentazione del “Zigeuner Baron” (quasi 2 ore) c’e stata una pausa di un quarto d’ora durante la quale si potevano acquistare souvenir e bibite. Poi iniziava lo spettacolo di danza (che qui eseguivano dopo l’opera teatrale al contrario di quanto era avvenuto a Takarazuka) “Rhapsodic Moon”. Il tema era l’America stile anni 30 e le danze e le musiche richiamavano la Broadway degli anni ruggenti. Tutto sommato non mi é piaciuta granché né musicalmente, né per quanto riguarda danze e costumi (quelle viste a Takarazuka erano di uno sfarzo e di una bellezza senza paragoni). In definitiva soldi spesi male questa volta.

All’uscita del teatro si era formata una coda impressionante di signore in attesa di un taxi cosa che ho trovato strano visto che non era tardi e tutti i mezzi pubblici erano in servizio. A parte i costi veramente alti dei taxi starsene in coda, in piedi, per chissà quanto in attesa, per pagare di più ed arrivare più tardi non ha veramente senso. Valle a capire.

Tokyo - Enorme coda di donne che una volta finito lo spettacolo aspettano un taxi. Che spendaccione! ...e magari poi lesinano sulla paghetta che danno al marito.

Mi incammino a piedi senza sapere dove sto andando esattamente. Mi godo la serata che é piacevolmente fresca guardandomi attorno. C’è molta gente in giro e dappertutto ci sono locali aperti pieni di avventori.

Ad un certo punto capito davanti ad un locale molto interessante che a quanto capisco dai menu illustrati esposti fuori é specializzato in gyoza, i deliziosi ravioloni d’origine cinese dei quali sono un appassionato.

Davanti al locale c’è um’pó di coda ma vedo son tutte coppiette e per esperienza so che qui in Giappone dove non c’è posto per due spesso c’è posto per uno. Infatti entro e mi fanno accomodare subito

Tokyo - Gyoza

Non ricordo se il menu illustrato era anche in inglese ma comunque ordino a caso a seconda delle foto e mi arrivano una serie di gyoza con ripieni vari a volte cotti alla piastra, a volte fritti, tutti comunque molto buoni.

Dopo cena continuo la mia passeggiata. Seguo una ferrovia sopraelevata sicuro che prima o poi arriverò ad una stazione.

Interessantissimi sono i vari localini che si trovano sotto la sopraelevata. A volte sono delle baracchette con pochi posti a sedere aperte che immagino d’inverno quando fa freddo chiudano

Fatto sta che queste baracchette sono ancora molto popolari, sono rimasuglio di un altro Giappone, quello povero, quello del dopoguerra delle città incenerite dalle bombe.  Non ci verrei da solo visto che credo siano posti dove l’inglese sarà difficilmente parlato ma se avete qualche amico giapponese vi consiglio di chiedergli di fare una serata qui.

Tokyo di notte

Vivrete sicuramente una serata divertente ed autentica e sono sicuro che qualcuno degli avventori vicino a voi attaccherà bottone rendendo il tutto ancora più simpatico. I giapponesi infatti, sopratutto dopo qualche bicchiere diventano piuttosto espansivi, se non fosse sempre per l’eterna barriera linguistica…


Viaggio in Giappone 2010: Day 22 – Matsumoto: il castello e la scuola dove si fermò a riposare l’imperatore.

Martedì 26 ottobre

Mi sveglio tutto pesto e dolorante: meno male che dicono che fa bene dormire sul pavimento! Per quanto mi riguarda l’accoppiata “futon + tatami” è letale; sarà che dormo a pancia in giù, sarà qualcos’altro ma dopo aver dormito per terra, sto sempre uno schifo. Inoltre fa anche freschetto in queste camere, soprattutto la mattina. Le delizie della casa tradizionale giapponese non fanno decisamente per me: voglio letto e riscaldamento centralizzato.

Mi riassetto e porto giù la borsa per lasciarla in custodia mentre giro per la città, ripartirò col treno verso le 18.00 quindi mi aspetta una lunga giornata.  Per fortuna il cielo è grigio ma non piove più.

Ripercorro Nawate Doori, la strada del lungofiume percorsa ieri; ovviamente la mattina coi negozi aperti ha un aspetto più vivace. Do un’occhiata ad alcuni negozi di artigianato/souvenir e compro due tre cosine. C’è un negozio di chimono usati piuttosto caro e non troppo fornito che non mi entusiasma più di tanto, poi sorpresa: in un negozio di giochi e modellini trovo in vendita anche le carte di Magic. E’ paradossale che nelle grandi città cerco e non trovo negozi che le vendano e poi finisco per trovarle in un piccolo centro come Matsumoto. Scatto un paio di foto nel giardino del tempio locale mentre un paio di sacerdoti (o sono semplici volontari?) vestiti con abiti tradizionali spazzano scrupolosamente le foglie cadute.

Mi dirigo nuovamente verso il castello per vedere che aspetto ha di giorno e se è possibile visitarlo. Anche alla luce del sole la fortezza fa la sua figura. Scatto alcune foto e poi attraverso il ponte che attraversa il fossato, pago il biglietto d’ingresso ed entro nel cortile del maniero.

Come sempre è tutto perfettamente lindo ed organizzato. C’è un negozio di souvenir che vende oltre a vari gadget raffiguranti il maniero anche diverse specialità culinarie locali: più vado in giro e più ho l’impressione che l’unica cosa che interessi i turisti giapponesi sia il cibo locale; i loro sono per lo più tour gastronomici e tornati a casa bisogna portare in dono qualche prelibatezza indigena. Nel cortile è in corso anche una mostra di bonsai alcuni dei quali sono proprio belli.

Per entrare nel castello vero e proprio tanto per cambiare bisogna togliersi le scarpe; di solito la cosa non mi disturba ma oggi è diverso: la temperatura è sui 10-12 gradi ed è anche piuttosto umido quindi anche se i pavimenti sono in legno sono freddissimi. L’edificio ovviamente non è riscaldato il che lo rende una specie di ghiacciaia: non doveva essere il massimo abitarci d’inverno. La cosa che più mi colpisce è la ripidità degli scalini che sono altissimi: io sono alto un metro e novanta e ho le gambe lunghe, cionondimeno facevo una fatica boia ad arrampicarmici, figuratevi una giappina di un metro e cinquantacinque che deve fare. Dentro ci sono um’pó di armi d’epoca e poco più, perlopiù le stanze sono vuote (come da tradizione nipponica).  Diciamo che il castello è più bello fuori che dentro ma comunque vale la pena di pagare il biglietto per entrare a visitarne il cortile e l’nterno.

Lasciato il maniero, seguendo la mappa turistica della città mi dirigo verso l’altra grande attrazione di Matsumoto: la Kaichi School Museum. La scuola Kaichi è una delle prime scuole moderne del Giappone: l’attuale edificio è del 1876 e fu costruito su modello di quelli occidentali dell’epoca.


Originariamente la scuola era sul lungofiume e quando questo tracimava la metteva in pericolo, ragion per cui quando negli anni 60’ fu necessario chiuderla perche ormai troppo vecchia (non dimentichiamo che è tutta in legno) si prese la decisione di trasformarla in un museo e spostarla in un luogo più sicuro.

La vera fortuna della Kaichi fu il fatto che nel ‘800 ebbe il grande onore di essere visitata dall’imperatore Meiji che si fermo anche a fare un riposino pomeridiano in una delle aule: quando per l’edificio arrivò il momento di essere dismesso i politici locali non ebbero il coraggio di demolirlo come si faceva di solito visto l’augusta presenza che lo aveva nobilitato con la sua pennichella. Cosi nel ’61 l’edificio fu nominato “importante edificio culturale d’interesse nazionale”, in due anni fu trasportato sul sito attuale e nel ’65 fu trasformato in museo.


L’edificio è conservato molto bene e nelle aule ci sono ancora i banchi di scuola originali: bhé sono proprio minuscoli, anche per una scuola elementare. Sembrano veramente quelli dell’asilo nido; evidentemente in quel periodo i bambini mangiavano pochissime proteine ed erano di statura molto bassa; salta all’occhio in Giappone infatti la grande differenza tra i giovani d’oggi (alti come gli italiani) e gli anziani (molto più bassi).

Lasciata la scuola torno con calma verso il castello. E’ piacevole andarsene a zonzo per questa amena cittadina che non ha ancora ceduto del tutto agli obbrobri della moderna architettura. Perfino i coperchi dei tombini colorati e stilizzati sono bellissimi.

Matsumoto - un tombino

Faccio il giro di tutto il fossato del castello splendido coi suoi alberi che ormai hanno cominciato ad assumere i colori dell’autunno. Inoltre oltre che essere pieno delle onnipresenti carpe giganti ci sono molte anatre ed alcuni cigni che sguazzano allegramente e che contribuiscono ad accrescere  ulteriormente il fascino del posto.

Ricapito di nuovo davanti al locale di soba dove ho cenato ieri sera. Oggi davanti al locale c’è anche un cestello di legno dove si cuociono al vapore degli oyaki. Questi sono una specialità della zona di Nagano che é troppo montagnosa e fredda per consentire la coltivazione del riso. Qui si coltiva il grano saraceno con il quale si fa la soba e appunto gli oyaki: piccoli panini al vapore il cui impasto é fatto con farina fermentata di grano saraceno e un ripieno di verdure di vario genere ( a volte ci mettono anche carne o la terribile marmellata di fagioli locale). Come potete vedere nella foto qui sotto gli oyaki sono incellofanati e su ognuno c’è un adesivo che ne dichiara il ripieno: ovviamente io non capisco un acca e ne prendo tre a caso che si riveleranno tutti ottimi. Da assaggiare!

Poi torno verso il lungofiume visto che voglio visitare Nakamachi Street (vedi la mappa sotto al punto 5), la vecchia strada commerciale che dicono abbia conservato parte del fascino di una volta.

Effettivamente Nakamichi Street conosciuta anche “strada delle case vecchie” é molto carina. Qui ci sono molte vecchie case che sono state restaurate e nelle quali sono state aperte piccole botteghe di souvenir e artigianato locale. E’ diversa dalle strade di Takayama: li la faceva da padrone il legno e gli edifici avevano un aspetto più antico. Qui lo stile e diverso: c’é meno legno e piu mattone. Takayama richiama piu un Giappone pre-occidentale del XVIIIº secolo mentre qui l’architettura ricorda quella del periodo Meiji (fine ottocento, inizi novecento).

Entro in un negozio di ramen. Il locale dentro non é un granché ma promette bene visto che le pareti sono tappezzate di autografi di gente famosa tra cui diversi mangaka che accompagnano sempre  l’autografo col disegno di un loro personaggio (riconosco quelli di Miyazaki, Reiji Matsumoto e altri che non ricordo). Ordino gyoza, shu-mai e dei ramen la cui pasta é rossa (a causa di qualche ingrediente nell’impasto che la colora).

Gyoza e shu-mai.

Il tutto si rivela ottimo d’altronde lo ripeto: la qualità media del cibo in Giappone é piuttosto alta  (si sa che i giapponesi sono perfezionisti ed il fatto di avere locali che bene o male sono specializzati unicamente in due/tre piatti con qualche variazione fa si che i cuochi siano molto competenti nel loro campo e che gli ingredienti siano di solito freschi e di buona qualità). Piu’ é ampio il menu di un ristorante più é probabile ci siano dei piatti che vengono meno bene al cuoco/che gli ingredienti non siano dei più freschi: é una regola che vale in tutto il mondo.

Proseguo la mia visita della via. Trovo un grande negozio di kimono usati (avrete capito sono una mia passione) che dispone di grande varietà e grande quantità. Per girare in mezzo alla merce bisogna togliersi le scarpe visto che il pavimento é di paglia di riso. Purtroppo qui la merce é più cara di quella che si trova ai mercati e la roba che mi piace stranamente é la più costosa e poi per stavolta ho già dato.

Compro una prestigiosa confezione di dolci e cracker da un bella pasticceria locale da portare in dono ai genitori di Kunio. Poi mentre sto pensando che ormai é tempo di tornare a Tokyo visto che la sera si appropinqua capito davanti alla grande vetrina di un negozio di mobili nella quale vedo quello sto cercando da tempo: un ikou: il mobile appendi kimono. Questo non é di quelli massicci che usano i negozi di lusso ma uno di quelli piu bassi che si piegano in due per riporli facilmente.

Entro nel negozio per dargli un occhiata ed informarmi sul prezzo. Mi si avvicina un commesso sui 35 notevolmente sovrappeso cosa che in un paese di magri salta subito all’occhio. Ovviamente non parla una parola di inglese quindi vai di mimica. Gli faccio vedere l’ikou e gli chiedo il prezzo. E’ piuttosto leggero quindi decido che posso portarmene due fino a Tokyo e poi spedirli, tanto il problema é l’ingombro e spedirne uno o due non dovrebbe cambiare più di tanto. Infarcendo il mimo con parole pseudo inglesi il commesso mi fa capire che é possibile smontare il mobile per trasportarlo più agevolmente. ma é una figata mi dico; cosi posso portarli direttamente con l’aereo. Il commesso mi porta nell’ufficio del negozio, mi fa accomodare e tira fuori un laptop, lo accende va sulla pagina del traduttore di Google e comincia a scrivere in giapponese per poi far tradurre al web in inglese. Io rispondo a mia volta scrivendo in inglese e facendo tradurre in giapponese. Non sono traduzioni perfette ma ci intendiamo e comunque badiamo entrambi ad usare frasi semplici:

- Quanti ne vuole?

- Due.

- Fino a quando sta a Matsumoto?

- Parto tra due ore per Tokyo.

- E’ un problema. Dobbiamo smontare gli ikou.

- Che problemi ci sono? facciamolo ora.

- Sono incollati. Dobbiamo mettere del solvente e aspettare 2/3 giorni. Posso sperdiglieli a Tokyo.

- Tra 3 giorni torno in Europa. Non c’é tempo. Potete spedirli in Bulgaria?

- B U R R U G A L I A A ???? (ma come caz… fate ad invertire sempre le R e le L? va là che lo fate apposta!). EEEHHHH!!! MMhhh! Un attimo, provo a telefonare alle poste.

Parte telefonata di 10 minuti buoni con l’ufficio postale, calcoli, controlli e ricontrolli, mugugni e grugniti, insomma tutto il repertorio che la lingua nipponica può offrire. Io guardo affascinato la scena sentendomi in colpa per tutto il casino scatenato ma ormai la macchina giapponese si é messa in moto ed é inarrestabile; e poi giustamente il cliente é il re e bisogna offrirli un servizio come si deve, altro che da noi! Alla fine mi comunica che spedire i due ikou costerà 7.000 yen. Ci sto dentro quindi pago facendomi fare due scontrini separati in modo da gabbare gli esosi doganieri che mi aspettano al varco. Specifico che non metta nessun tipo di documento dove sia indicato il prezzo della merce. Ovviamente quando la roba mi arriverà tre mesi dopo la merce viaggerà con tanto di copia della fattura e mi toccherà pagare prezzo pieno alla dogana, Zio Chen! Il commesso é comunque soddisfattissimo per essere riuscito a sbrigarsela con un barbaro straniero e ci facciamo un paio di foto assieme prima sulla mia macchina fotografica e poi sul suo iPhone. Certo il progresso tecnologico é veramente una gran cosa. Dieci anni fa non saremmo mai riusciti a capirci mentre oggi grazie all’informatica ci siamo intesi perfettamente. Grazie Google! A quando la traduzione vocale simultanea? Pare ci stiano già lavorando.

Il simpatico venditore sudato ma soddisfatto visto che é riuscito a soddisfare anche il barbaro cliente straniero.

Passo per la Ryokan per rendere la borsa che ho lasciato e scopro che il mio ombrello trasparente che avevo lasciato all’entrata assieme ad  altri ombrelli é sparito. Bene é il quarto ombrello che riesco a perdere da quando sono qui: penso sia un record. Chiedo a quelli della ryokan e questi me ne danno uno dei loro, nero, grande, con un bel kanji: ottimo ci ho guadagnato davvero ma perdere questo mi spiacerà, mannaggia a me e non dubito che ci riuscirò.

M’incammino con calma verso la stazione godendomi la città di sera con le vetrine illuminate. Il mio treno parte tra una trentina di minuti quindi decido di fare una scappata al Mos Burger li accanto e quasi rischio di perdere il treno. Come ho già spiegato in un mio vecchio articolo i panini non sono precotti come negli altri fast food ma sono cucinati al momento il che richiede um’pó di tempo. Aggiungiamoci il fatto che il locale era pieno e veramente ho rischiato di non fare in tempo. Continuo a  stra-consigliare questo fast?-food ma se siete in una situazione come la mia e dovette da li a poco prendere un mezzo di trasporto rinunciate e prendetevi uno dei tanti bento locali.


Viaggio in Giappone 2010: Day 21 – Matsumoto: ma che sapore ha una serata uggiosa…

Lunedì 25 ottobre.
Piove. E’ una di quelle mattine dove dormo più del solito ma ogni tanto bisogna far concessioni al fisico.
Chiamo i ragazzi e dico loro che vado a Matsumoto, tanto a Kamakura con questa pioggia non si va
Parto um’pò tardi ed arrivo a Shinjuku verso le undici e mezza. Vado ai cancelli e chiedo all’omino a quale binario si prende il treno per Matsumoto. Mi chiede quale voglio prendere e rispondo “the fastest one” ovvio. Mi dice di andare a fare il supplemento rapido. Ma ho il JR Pass gli dico ma quello insiste che ci vuole il supplemento. Sti stronzi di japanguide,com non l’avevano mica scritto, sarà un altro treno. Chiedo qual’è l’altro treno e mi risponde che è il rapido del binario 6. Ottimo, un rapido, corro a prenderlo ed entro quando le porte si stanno già chiudendo. Ma fermi tutti, dentro ha i sedili stile metrò, e la prossima fermata è Nakano, un quartiere di Tokyo. Ma quale rapido, questo deve essere uno di quei locali che ci mettono 5 ore. Scendo a Nakano e prendo il treno per tornare a Shinjuku, se bisogna pagare il supplemento, pagheremo. Chiedo ad un addetto a che binario è l’espresso per Matsumoto e mi risponde che partono ogni ora ai minuti 03. Bene, sono le 12.06 ed il prossimo è alle 13.03: ho perso un ora. Esco dalla stazione per pranzare e poi rientro e mi trovo un posto libero sul treno. Partiamo e subito entra nella nostra carrozza il controllore e comincia a passare in rivista i biglietti facendosi pagare da alcuni passeggeri quello che è evidentemente il supplemento. Arrivato da me gli faccio vedere il JR Pass, mi chiede la mia destinazione e si segna il mio posto sul suo foglio che ha il diagramma di tutti i posti della carrozza in modo da ricordarselo e non dover chiedere ai passeggeri già controllati  il ben noto a noi frequentatori delle FS “già visto il biglietto?”: niente da dire, riguardo il servizio sono troppo avanti. Ma questo vuol dire che non ci voleva il supplemento per i possessori di JR Pass e che l’imbecille che sosteneva il contrario mi ha fatto perdere un ora, li venissero le emorroidi!
Una volta che il treno si inoltra tra i monti lasciandosi Tokyo alle spalle anche qui possono vedere piacevoli scorci di paesaggi naturali e case tradizionali oltre ai soliti edifici moderni.
In poco meno di 3 ore arriviamo a Matsumoto. Entro nell’ufficio delle informazioni turistiche della stazione e mi faccio dare una cartina in inglese della città, gli chiedo della Ryokan Marumo (che avevo trovato su internet) e loro telefonano e verificano che vi siano posti liberi e mi prenotano una stanza (5.600 yen colazione esclusa): più di così non si può veramente chiedere.
Fuori sta imbrunendo ed una leggera pioggerellina bagna i passanti, speriamo domani il cielo sia più clemente. Il termometro digitale della stazione mostra 18 gradi, come a Tokyo, speravo fosse più fresco. Vedo un MOS Burger, fa piacere sapere che esistano ancora, sono troppo pochi rispetto all’onnipresente Mc Donalds ed al diffuso Lotteria.
Mi incammino verso la mia Ryokan: la strada è facile e non dovrebbe essere lontano.

Raggiungo la zona del fiume che è quella del quartiere vecchio (Nakamachi-dori) con case e botteghe che sono rimaste quelle “di una volta”. Mi accomodo nella mia ryokan con stanza tradizionale in tatami (in un viaggio in Giappone è uno scotto che bisogna pagare almeno una volta). Che dire? La locanda è stata fondata nel 1868, l’edificio attuale risale al 1880 e pur non essendo mai stata lussuosa è carica di fascino: il legno ben stagionato si riconosce, ma tutto è ben conservato e ben tenuto, i tatami non sono vecchi ed i bagni ai piani sono nuovi (in stile occidentale). Oltre alle docce su ogni piano c’è anche al piano terra una stanza da bagno con una vecchia vasca da bagno di legno piena di acqua calda in cui ci si può rilassare con stile, disponibile tutta la notte.

Lo Ryokan Marumo

Ryokan Marumo: la mia stanza

Ryokan Marumo: la mia stanza

Pioggia o non pioggia decido comunque di uscire a farmi una bella passeggiata per sfruttare la luce rimasta visto che sta già imbrunendo: mi faccio prestare un ombrello più grande del mio ed esco. Attraverso un ponticello del fiume e vedo che dall’altra parte c’è una serie di negozietti tradizionali che vendono um’pò di tutto anche se mi sembra prevalgono artigianato locale ed antiquariato votato al turismo. Anche qui metà dei negozi sono già chiusi e l’altra metà sta chiudendo. E’ proprio evidente che è prassi in tutte queste località turistiche più rurali chiudere presto bottega visto che lo stesso fenomeno l’ho notato anche a Miyajima e Takayama: verso le dieci si apre e verso le cinque si chiude. Qui il karoshi (la morte per troppo lavoro) dev’essere cosa del tutto sconosciuta.

Di fronte alla via commerciale c’è un bel tempietto shinto con gli alberi nel giardino che qui tra i monti presentano già i bei colori dell’autunno. All’imbocco della strada commerciale c’è un koban della polizia con una ridicola minicar e una scultura di quelle che devono essere le mascotte/simboli della città: delle bellicose ma simpatiche rane samurai munite di katana.

Koban e minicar con la quale la pula locale può a malapena inseguire una bicicletta

Proseguo in cerca del celebre castello e mi imbatto in un bellissimo negozio di libri vecchi e stampe ukyo-e. Il negozio non è di quelli belli ordinati e lindi con tutti i libri in bell’ordine divisi per categorie e colore di copertina, anzi è un autentica bolgia straripante con libri accatastati da per tutto alla bell’e meglio, vecchie foto in bianco e nero di soldati o di scolaretti in divisa che sbucano da per tutto e stampe anche di pregevole fattura e di un certo costo  gettate in mucchi disordinati di difficile consultazione. In una parola sola FAVOLOSO. Mi ricorda quei bei negozi di una volta che vendevano vecchi fumetti usati di Tex, Zagor o Topolino ma anche francobolli e monete insieme a libri di filatelia o numismatica. Negozi così non ne esistono più ohibò. Passo tre piacevoli quarti d’ora a rovistare il negozio e finisco per comprarci una bella stampa originale e diverse copie a colori spendendo meno di 30 euro.

Proseguo per il castello e dopo 3 minuti arrivo al fossato che lo circonda. E’ buio ma dal fossato partono fasci di luce che illuminano il maniero e la pioggia non fa che aggiungere fascino a un paesaggio già di per se notevole. In più ad abbellire il tutto concorrono anche due cigni che incuranti di buio e pioggia nuotano allegramente nello specchio d’acqua pieno delle solite enormi carpe onnipresenti.

In giro non c’è NESSUNO. Non sono nemmeno le sette ed ho l’impressione siano le 3 del mattino tanto è il silenzio: non è cosa comune in Giappone. Faccio un giro completo attorno al fossato per vedere il castello da tutte le angolazioni, fino a tornare al punto d’inizio.

Mi avvedo che proprio lì vicino c’è un bel ristorante in legno che serve soba artigianale e tempura e decido di cenarvi anche se è presto: il posto si rivelerà veramente ottimo. Poi torno verso la mia locanda.

Entro in un grande magazzino locale e nella libreria locale trovo una bella guida di Tokyo bilingue (inglese/giapponese) edita a mo di supplemento da una rivista locale. E’ piena di cose e posti interessanti e prometto di tradurne qualche pezzo che pubblicherò su questo blog. Bazzico um’pò in un Muji locale e finisco per comprarci un pacco da 3 t-shirt belle e di ottima qualità (a meno di 10 euro) che mi servono (qui il negozio è veramente economico, in Europa invece i prezzi crescono del 70/80%: troppo!).
Prendo per tornare verso la ryokan una strada piena di locali dove si vedono parecchi salarymen allegri e vocianti, qualcuno di loro già brillo: c’è vita notturna anche a Matsumoto dopotutto.
Guardo um’pò di TV in camera e verso le 11 indosso lo yukata messo a disposizione e vado a provare il bagno nella vecchia vasca di legno, poi ben surriscaldato mi infilo nel futon.

La sala da bagno della ryokan: prima ci si fa la doccia...

... poi si alzano alcune delle assi di legno che tengono l'acqua della vasca più calda e ci si immerge.


Viaggio in Giappone 2010: Day 20 – Tokyo: Parco di Harajuku ed Akihabara

Domenica 24 ottobre

Verso le 11 dopo poche ore di sonno mi alzo: oggi é domenica e devo andare assolutamente al Parco di Harajuku. Perché assolutamente? Perché dovete sapere che tutte le domeniche in questo parco si riuniscono alcuni dei personaggi più strani del paese.

Gia nel 85 Wim Wenders aveva immortalato nel suo documentaristico Tokyo-ga questo posto: qui si danno convegno infatti le persone che amano i travestimenti, il cosplay e il Rock & Roll anni 50 più un sacco di altra gente più strana della media giapponese.

Travestimenti e cosplay sono di solito prerogativa di giovani ragazze che si travestono o da personaggi di manga e anime o inventano del tutto dei loro stili che comunque richiamano questi due mondi che ne sono ispirazione. C’è poi la categoria delle Gothic Lolita (che sono una categoria tutta loro) che non mancano mai.  Ed infine ci sono i miei preferiti: i rocker.

Appena fuori dalla stazione mi ritrovo una decina di persone di entrambi i sessi, chi vestito normale e chi no, tutti con un cartello in mano scritto in giapponese e inglese dichiarante che distribuiscono abbracci gratis. La cosa é piuttosto simpatica ( credo di aver letto tempo fa che era una cosa nata in California) e son quasi tentato di farmi abbracciare da un paio delle fanciulle più graziose.

Abbracci gratis a belli e brutti!

Sul ponte dove si riuniscono le travestite/cosplayer/gothic lolita c’è una gran ressa di turisti muniti di foto e video camere che circondano queste riottose esibizioniste. Infatti forse indispettite dalla ressa queste erano tutte voltate verso il muro e davano le spalle al pubblico. Una di loro accovacciata alla giapponese teneva in mano un cartello con la scritta (anche in inglese) verso gli spettatori che chiedeva loro di non fare foto senza prima chiedere il permesso. Questa era veramente una cosa super ridicola: ti travesti in maniera che attirerebbe l’attenzione anche di un branco di foche cresciute in un circo; vai cosi conciata nel posto più rinomato del paese dove lo sanno anche i sassi che ci sono quelli strani anche perché ogni guida turistica descrive la domenica del parco Harajuku e poi fai la persona oltraggiata perché ti trattano come un fenomeno da baraccone e ti vogliono fotografare. Care ragazze, bisogna che veniate a patto con voi stesse: siete esibizioniste o no? Se si, vi beccate i turisti fotografi, se no, travestitevi ma state a casa o in locali appositi con gli amici.

Comunque non perdo neanche 5 secondi con queste squinternate, non mi sono mai state particolarmente simpatiche al contrario dell’altra grande tribù che colonizza il parco i Rocker

Tokyo, Harajuku: I rocker del Tipo A allano il twist.

I Rocker sono patiti come potete arguire della cultura e della musica americana anni ’50. Si dividono in 2 categorie:

Tokyo, Harajuku: rocker del Tipo B ballano una specie di Hali Gali

Gruppo A) – Vestono tutti come Fonzie o John Travolta in Grease. Stanno in gruppetti di soli uomini, portano ciuffi che neanche Elvis ha mai ipotizzato, vestono blue-jeans e giacche di pelle o di jeans e ballano il twist al suono dei loro possenti ghettoblaster. Sono riuniti in bande e portano il nome del loro gruppo sui giubbotti.

Gruppo B) – Sono copie. Le donne vestono tutte le tipiche gonne larghe che arrivano sotto il ginocchio. Gli uomini vestono una versione softcore dei rocker Gruppo A: alcuni addirittura osano pantaloni normali e cardigan come i bravi ragazzi alla Ricky Cunningham in Happy Days. Al suono dei loro stereo ballano in gruppi (anche di 10 o più) i vari balli anni ’50 e ’60: e quanto impegno ci mettono! Fan proprio tenerezza.

Tokyo, Harajuku: un ventenne (sin.), un cinquantenne (cent.) ed un trentenne (des): tre generazioni tutti membri della stessa banda; segno che questa cosa é destinata a durare. Ormai non si può parlare di moda, alcuni gruppi sono qui dagli anni '70.

Personalmente gli adoro!

Tokyo, Harajuku

Proseguendo verso l’interno del parco poi si incontrano molte persone normali e famiglie con bambini e cani che fanno pic nic (sempre a magnare ‘sto popolo).

Tokyo, Harajuku: personaggi di tutte le fogge.

C’è gente che jogging. Gruppetti che provano balli e coreografie vari.

Tokyo, Harajuku: questa ragazza teneva uno spettacolo di comicità tradizionale e a giudicare dalle risate della ventina di persone che la seguivano era piuttosto brava. Faceva delle smorfie moto simpatiche.

Ad un certo punto arrivo in un posto recintato piena di gente tutta rigorosamente accompagnata da  un cane. Mi avvicino e scopro che é un area per far giocare i propri amici a quattro zampe (non che nel resto del parco non si incontrino). Il bello é che con la solita precisione nipponica tanto amante di regolamenti e catalogazioni il parco é diviso in varie zone destinate a cani di diversa stazza: quella per le razze minuscole, quella per le piccole e quella per le medie. E per quelle grosse chiederete voi? Con le metrature delle abitazioni tokyote già un Golden Retriever é un colosso: non credo si vendano molti Alani da queste parti. Leggendo il regolamento ho visto che bisogna pure fare un documento di registrazione per il proprio amico a quattro zampe. Per il resto a parte respirare é proibito tutto! :-)

Harajuku Dog Park: I cancelli per i cani di stazza piccola e media

Harajuku Dog Park: il regolamento anche in inglese. A quanto pare bisogna registrare il cane e fargli una specie di tessera.

Proseguendo ho visto diversi gruppetti che facevano attività sportive o teatrali. A quanto pare é una cosa normale venire ad esercitarsi (qualsiasi sia il proprio hobby) al parco, sotto gli occhi di tutto il che é strano per un popolo tanto riservato e attento al non “perdere la faccia”. Uno dei gruppi che mi ha più colpito é stato quello della foto di cui sotto. Una trentina di persone tutte munite di chitarra: al centro un paio di maestri che facevano ascoltare un pezzo e poi tutto il gruppo a rifarlo insieme. Il bello era che erano tutti bravi: dopo aver ascoltato il pezzo lo riproducevano senza sbavature alle mie orecchie da profano; principianti in mezzo non c’é n’erano.

Tokyo, Harajuku: gruppo di chitarristi

Mentre stavo ormai andandomene ho incrociato una dozzina di uomini travestiti da donne che procedevano in gruppo. La loro vista mi ha talmente shockato che non ho avuto la presenza di spirito di accendere la macchina fotografica se non quando mi avevano già passato. Son riuscito a fotografarli solo da dietro. Erano veramente ridicoli con le facce pesantemente truccate e con i vestiti curatissimi. Che tipi!

Tokyo, Harajuku: questi erano un gruppo d'una decina d'uomini travestiti da donne; peccato non sono stato abbastanza lesto a fotografarli e li ho ripresi solo da dietro. Erano veramente troppo fuori.

A quel punto ho preso la Yamanote e sono andato ad Akihabara.

Il mio scopo principale era farmi un idea sui washlet (i techno-sedili del WC) e vedere se mi riusciva di portarne uno a casa. Dopo aver girato diversi negozi mi son convinto che era un acquisto fattibile ma non mi sono deciso a sceglierne uno ed a comprarlo subito volendo pensarci um’pó. cosa che si rivelerà un errore e mi farà perdere un sacco di tempo l’ultimo giorno. Se volete una cosa, decidete e compratela o rinunciateci subito. I spostamenti a Tokyo richiedono sempre tempi biblici e il vostro tempo va impiegato con oculatezza.

Intanto ha cominciato a piovere e mica poco, quindi decido di tornare a casa. Comunque girando ho finito per comprare una sveglia a forma di testa di robot, delle scatole stilose per mazzi di Magic, un set composto da tagliere-coltelo e pelapatate con lame di ceramica, vari portachiavi e cazzabubbole varie: da Akihabara non si esce facilmente indenni!

Quando arrivo alla mia stazione sta scravazzando e io sono senza ombrello. Ne comprerei volentieri uno ma niente. Mi incammino rassegnato ad arrivare fradicio a casa e intanto penso:- non sarebbe meraviglioso trovare un ombrello, di quelli che qui lasciano in giro, sotto la tettoia del parcheggio delle biciclette? Beh, credeteci o no vado e miracolosamente c’é proprio uno di quei meravigliosi ombrellini trasparenti da 100 yen indolentemente appoggiato ad una bici. La cosa mi ha riempito VERAMENTE di felicita. Sembra una cosa piccola ma l’umore mi é salito alle stelle. Uno stato d’animo difficile da spiegare: um’pó come da ragazzi quando ci capitava di trovar per strada 10.000 lire e la cosa ci rendeva di buon umore per una settimana intera.

I love japanese plastic umbrellas!!!


Viaggio in Giappone 2010: Day 19 – Il pranzo di Gianluca e Wakako e notte “brava” a Shibuya

Sabato 23 ottobre

Oggi e ‘il Giorno del pranzo degli sposini che hanno deciso di saltare le cerimonie religiose (occidentali e orientali) e semplicemente dare un pranzo per festeggiare il matrimonio con gli amici. Devo dire che non posso dargli torto. Al giorno d’oggi il matrimonio non ha più il significato che aveva una volta e non e’ più indissolubile come prima quindi il suo significato religioso (per molti) non ha più ragione d’essere. Anche il significato civile ormai ha molta meno importanza: una volta i figli “illegittimi” avevano meno diritti per esempio. Al giorno d’oggi sposarsi credo sia un modo di dire ad amici e parenti: – Siamo una copia e vogliamo vivere insieme. Festeggiate assieme a noi questa nostra decisione!

Negli ultimi anni ho avuto diversi amici che si sono sposati. L’80% di loro sono partiti con l’idea: - Facciamo una cosa semplice. – Niente bomboniere – In chiesa? Vediamo ma si può benissimo fare solo in comune. – Invitiamo i NOSTRI amici e SOLO i parenti più stretti, quelli che vediamo più spesso e a cui siamo veramente affezionati. – Diamo un bel rinfresco a buffet che va bene a chiunque ed evitiamo quei pranzi a 7 portate che ci indebitano e ci costringano a lavorare un anno per pagare solo quello. – In compenso coi soldi risparmiati riusciremo a farci per la luna di miele quel viaggio alle Maldive che abbiamo sempre sognato.

Insomma tutte considerazioni sensate e ragionevoli che inevitabilmente finivano per scontrarsi contro l’indignazione dei genitori: - Mia figlia non si sposa in chiesa? Dovrà passare sul mio cadavere prima che io lo permetta! – Cos’e’ che vuoi offrire? Un buffet? Ma vedi di fare la persona seria! Si va in Ristorante e quello BUONO (legassi: straCARO)! – Come? Non inviti la Zia Pinuccia? – Ma se non la vedo da vent’anni. E poi abbiamo detto massimo 100 invitati e stiamo già sforando. – Invece tu la Zia la inviti perché io e tuo padre siamo stati al suo matrimonio 35 anni fa e con lei anche i figli e le figlie con relativi mariti e fidanzati. – Ma neanche li conosco! – Si fa cosi e basta! Togli dalla lista qualcuno dei tuoi “amici” che tanto sono dei fannulloni buoni a nulla, quel Mario per esempio ha proprio la faccia da drogato, lo sai che non mi e’ mai piaciuto.

E cosi finiva che gente partita con le migliori intenzioni si ritrovava:

  • a fare 6 mesi di corso prematrimoniale con un prete anche se non mettevano piede in chiesa dai tempi della cresima;
  • a spendere 1500 euro per addobbare una chiesa che non avevano voluto loro;
  • a comprare 120 bomboniere;
  • a invitare 70 parenti di cui sospettavano appena l’esistenza;
  • a offrire un pranzo di 11 portate (“quello da 7 e’ roba da pezzenti” dice mamma) per 120 persone tra cui 70 parenti di cui sospettavano appena l’esistenza;
  • ad andare in luna di miele una settimana in un agriturismo in Toscana.

Tornando a noi, oggi e’ una giornata in cui non mi devo alzare presto per correre fuori e la cosa e’ positiva visto che con Gianluca e gli amici abbiamo deciso di stare fuori tutta la notte. Mi alzo con calma, doccia, barba mi vesto bene ed esco con un certo anticipo per non rischiare anche se il sabato i mezzi pubblici sono meno pieni, di giorno. Wakako mi ha scritto su un foglietto le istruzioni per arrivare al ristorante preposto. Arrivo a Shibuya, cerco la linea della metro che devo prendere e con non poche difficoltà visto la grandezza e il casino della stazione riesco a trovarla anche se perdo um’po di tempo; ma non c’e’ problema tanto sono in anticipo. Faccio per entrare ma il casello mi ferma visto che nella mia Suica  son rimasti solo 30 yen. Vado al distributore automatico e la ricarico anche se perdo um’po di tempo; ma non c’e’ problema tanto sono in anticipo. Salgo al volo su una carrozza e mi accorgo dopo 5 fermate che sto andando nella direzione opposta cosi mi tocca scendere e di corsa andare sul binario che mi porta nella direzione giusta, anche se perdo um’po di tempo; ma non c’e’ problema tanto sono in anticipo. Morale della favola arrivo alla mia fermata che sono in ritardo. Di corsa esco dal vagone e mi precipito verso l’uscita con in mano il foglietto delle indicazioni: esci vai a desta, avanti 40 metri e ancora a destra e dopo cento metri trovi il ristorante. Ancora da lontano vedo Wakako da sola che sembra aspettare me. Sono l’ultimo ed era preoccupata che mi fossi perso: non aveva tutti i torti. Entro in sala tra gli sfotto degli amici italiani e gli sguardi di riprovazione degli ospiti giapponesi della serie “ci facciamo sempre riconoscere all’estero”.

Gianluca & Wakako

Il Ristorante é Italiano, su due piani, ma visto che il nostro gruppo non e’ numerosissimo (una quarantina?) occupiamo solo parte del piano terra. Noi quattro italiani siamo al tavolo degli sposi che bontà loro ci hanno messo assieme: altrimenti vista l’allergia dei giapponesi verso le lingue straniere sarebbe stato un pasto piuttosto silenzioso. La cucina é veramente italiana e tutte le numerose portate che ci portano sono buone e non fanno storcere il naso a nessuno di noi che pure vantiamo nel gruppo un buongustaio (il sottoscritto) e un cuoco professionista (Giova); gli unici due appunti che si potrebbe fargli sono: 1) che ad un certo punto ci hanno invitato a essere più tranquilli e vi assicuro che non stavamo per niente facendo casino (per gli standard italiani almeno) e 2) che le portate sono um’pó piccole ma io non me ne posso lamentare visto che ero seduto accanto a Gianluca che essendo vegetariano mi ha passato 2/3 delle sue pietanze non essendo adatte a lui.

Alcuni degli ospiti erano persone particolarmente interessanti: c’era Mikio, simpatico chef giapponese, il poliedrico Nobuyuki detto anche “Luigi”, ex cuoco, ex regista di film per adulti e adesso broker finanziario in internet; c’erano inoltre le amiche sposate di Wakako che in assenza dei rispettivi mariti mi hanno molestato ripetutamente cercando senza costrutto di corrompere la mia integerrima fibra morale.

Mikio e Noboyuki

Non mi dilungherò ulteriormente sul convitto che ci ha fatto passare 2-3 ore particolarmente gradevoli. Usciti dal ristorante facciamo qualche foto di gruppo e mentre la maggior parte degli invitati se ne va una quindicina di noi decide di andare in un locale vicino per continuare a bere e ciaccolare. Un oretta e mezza e verso le sette di sera tutti a casa a parte noi gruppo italico che faremo nottata fuori. Per fortuna il tempo é clemente e non fa affatto freddo.

Il gruppetto che decide di prolungare la festa: 2 donne e 11 maschioni. Mmmhh! Perché le ragazze son scappate tutte?

Andiamo a Shibuya e bisogna dire che si nota la differenza tra gli altri giorni e il sabato sera. Per carità qui é sempre affollatissimo ma evidentemente il week end si respira un aria più casual, più festaiola. Infatti già nella piazzetta di Hachiko di fronte la stazione incontriamo un gruppetto vestiti come a carnevale: ci dicono stanno andando ad una festa in maschera. Erano veramente molto simpatici peccato non fossimo vestiti come richiesto se no saremmo andati con loro molto volentieri.

I nostri amici in maschera.

Fotografato assieme ad un pagliaccio da una zingarella nipponica.

Ci dirigiamo verso la zona dei locali notturni senza avere una meta precisa. Ci godiamo la folla e l’atmosfera festante. Io purtroppo comincio ad avere seri problemi ad un piede. Ho messo  paio di scarpe semi-nuove più eleganti che comode. Le poche volte che le avevo indossate a casa era sempre stato di sera e per poco tempo, qui non le avevo mai messe. Oggi sono in giro da parecchie ore e sembra che mi abbiano fatto una bella vescica che può solo peggiorare col proseguo della serata. Girando cerchiamo un locale che sia adatto anche a Giova ma la cosa si dimostra impresa ardua. Visto il costo degli immobili e degli affitti in Giappone i locali hanno la tendenza a essere sempre abbastanza piccoli e lo spazio viene sfruttato al massimo rendendo la cosa molto poco agevole per chi é in carrozzella. Se poi aggiungiamo il sovraffollamento, il sabato sera, ecc. capite che la faccenda é alquanto problematica.

In giro c’é veramente di tutto e di più. La moda giapponese dei giovani é già di per sé “originale” e Shibuya ne é l’autentica mecca. Descrivere il tutto sarebbe difficile ma salta all’occhio che mediamente gli omini vestono pseudoispirandosi alla moda dei ghetti neri americani con qualche deciso tocco gay in più, mentre le ragazze vestono mediamente da sfrontate peripatetiche. – “Se venite conciate cosi in Italia preparatevi perché saranno parecchi ad informarsi sul prezzo”. :-) Ad un certo punto  incontriamo un omaccione di colore con scarpe da donna tacco 11′ che porta un negligé nero trasparente sotto il quale si vede il perizoma. Anche in un contesto anticonformista come quello di Shibuya spiccava come un faro in mezzo alla notte più buia. Menre noi lo ammiravamo a bocca aperta una frotta di ragazze lo ha circondato con gridolini di sorpresa per poi farsi fotografare diverse volte insieme. Sembra fosse un personaggio famoso dopotutto.

    Il popolare travestitone (il terzo da destra) viene subito circondato da un gruppetto di ragazze in visibilio.

Qui sopra il popolare travestitone (il terzo da destra) viene subito circondato da un gruppetto di ragazze in visibilio.

Ci accomodiamo davanti ad un baretto che ha piazzato qualche sgabello fuori dal locale sul marciapiede cosi che si possa stare tutti insieme e ci godiamo il passaggio della folla spesso interessante.

Ad un certo punto dei tipi um’pó brilli ci approcciano e fanno indossare prima a Gianluca e poi a Giova uno strano cappello cornuto, cosa che sembra riempirli di grande soddisfazione. Poi passano due poliziotti con in mano un affare che presumo misurasse l’inquinamento acustico. Misurano i decibel della musica che esce dal nostro baretto e poi entrano a tirare un cazziatone ai baristi obbligandoli a tenere le porte del locale chiuse.

Verso le due Giova e Zibido decidono di tornare a casa: pare che il loro appartamento sia abbastanza vicino da prendere un taxi senza rimpiangerlo per il resto della loro permanenza. Ma per me e sopratutto per Marco e Gianluca che devono tornare  a Yokohama la cosa é impensabile, avremmo piuttosto convenienza ad andare in un albergo.

Dopo um’pó do forfait anche io mio malgrado. Purtroppo la vescica al piede mi fa veramente male e non sono in grado di andare a zonzo o stare in piedi. Cosi saluto i ragazzi e zoppicando me ne torno verso la stazione dove avevo adocchiato un Internet Cafè, posti famosi in Giappone come ricettacoli low cost per nottambuli che hanno perso l’ultimo treno piuttosto che come locali in cui si va per navigare sul web.

Impressionante il numero di prostitute (non giapponesi) che cerca di abbordarmi mentre raggiungo la mia meta. E il tutto nelle vie più illuminate e trafficate. Sono stato tre volte in Thailandia, paese ingiustamente celebre per la prostituzione e devo dire che a Bangkok non mi é mai capitato di venire abbordato. Paradossale che succeda proprio a Tokyo.

Arrivato al locale mi viene chiesto un documento (proprio come in un hotel), prendono i dati, mi chiedono quanto voglio stare e mi assegnano una postazione con relativa chiave all’ottavo piano. Prendo l’ascensore e una volta sceso al mio piano vedo dei corridoi con scaffali pieni di manga e riviste e delle porte numerate chiuse a chiave.

Shibuya Internet Café - Il corridoio

Entro nel mio bugigattolo (vedi foto sotto) attrezzato di computer, TV, telecamera, microfono, cuffie e sopratutto poltrona. Mi ci piazzo e devo dire che la poltrona é abbastanza comoda ma non é proprio adatta a dormire, almeno per me: i giapponesi riescono a dormire anche in piedi e per loro immagino non sia un problema ma io non ci riesco. Nel divisorio accanto c’è qualcuno che russa. A parte quello silenzio assoluto. Son troppo stanco anche per navigare cosi mi limito a riposarmi sfogliando qualche manga e qualche rivista presi in corridoio aspettando che faccia mattino.

Shibuya Internet Café - La postazione su cui spaparanzarsi in attesa del primo treno.

Verso le cinque e un quarto scendo, pago il dovuto (meno di 20 euro se ricordo) e me vado a prendere il treno per casa. C’è un sacco di gente anche a quest’ora del mattino: sono tutti quegli che han fatto nottata fuori. Scommetto che alle sette ci sarà molto meno gente in giro.


Viaggio in Giappone 2010: Day 18 – Tokyo: Shinjuku – Omotesando

Venerdì 22 Ottobre

Oggi ho appuntamento coi ragazzi all’una a Shinjuku. Visto che non mi va di buttare tutta la mattinata decido di uscire da casa verso le 10 e di farmi un giro.

Tokyo: locale di pachinko con pubblicità di Evangelion e Keiji.

Dal quartiere della casa del mio amico si prende per venire in centro Tokyo un treno la cui ultima fermata é Shibuya, quindi da qui devo passare sempre, qualsiasi sia la mia destinazione. La cosa non mi dispiace visto che questo é in assoluto uno dei quartieri più interessanti di Tokyo. Il mio preferito fin dal mio primo viaggio in Giappone. Decido di farmi un giro qui, tanto basta prendere la linea Yamanote e in 10 minuti si arriva a Shinjuku.

Andandomene a zonzo mi imbatto anche a Tokyo in queste simpatiche rane che servono a transennare aree in cui si fanno lavori stradali et similia. Ne avevo visto di simili anche a Kyoto anche se li erano verdi, con la bocca aperta e di foggia leggermente diversa.

Anche a Tokyo le simpatiche rane transenna.

Queste sono alcune delle cose che più mi colpiscono di questo paese. Cercano sempre di rendere più simpatici e accattivanti attività che di per se non lo sono. Da noi i cantieri son sempre dei posti dove si bada al sodo e finché i lavori non finiscono ne devi sopportare la bruttezza e basta: qui tutti quelli che sanno di compiere attività fastidiose cercano di addolcire la pillola ai cittadini.

Mi imbatto in un locale di ramen particolarmente interessante: non é ancora mezzogiorno ma é già piuttosto affollato e visto che avevo cenato leggero e non avevo fatto colazione decido di provarlo anche perché conoscendo gli altri una volta assieme ci vogliono ore per trovare un ristorante che vada bene a tutti: é la fregatura di un paese dove i locali sono specializzati in un solo tipo di pietanze.

Shibuya: Ramen alle vongole e gyoza con formaggio inglese Stilton.

Mi siedo al bancone dove mi forniscono un enorme bavaglio usa e getta di carta che serve per non macchiarsi. É la prima volta che vedo una cosa del genere ma devo dire che la trovo un idea veramente ottima: con i tagliolini in brodo é veramente facile sporcarsi i vestiti e non mi dispiacerebbe se questi bavaglioni si diffondessero. Ordino un insolito ramen alle vongole (gusto mai visto in giro prima) e dei gyoza con formaggio Stilton e devo dire il tutto si rivelerà veramente DELIZIOSO, in special modo il ramen che mi ricorda nel gusto gli spaghetti alle vongole che si fanno a Venezia. Poi mi avvio verso la stazione per recarmi a Shinjuku. In stazione vedo anche il cartellone pubblicitario di cui sotto dove a reclamizzare un whisky locale c’è niente meno che il Sig. Rossi di Bruno Bozzetto. Di richiami all’Italia in giro se ne vedono tanti, sopratutto grazie ai numerosi ristoranti (pseudo) italiani ma non credevo fosse conosciuto un personaggio come il Sig. Rossi che é la personificazione dell’italiano medio degli anni 60′-70′ e che credevo troppo strettamente legato alla realtà italiana per sfondare davvero all’estero.

Tokyo: il Sig. Rossi anche in Giappone. Notate che é presente pure sulla lattina!

Arrivato a Shinjuku riesco non senza fatica a trovare l’uscita dove trovo già in attesa  Giova e Zibido. Questa stazione é la seconda al mondo per superficie, in compenso é la più trafficata al mondo. Ogni giorno vi transitano 3,64 milioni di persone . Descriverla é difficile: ci sono diverse linee di treni e metropolitana che vi incrociano su diversi livelli. Il numero di uscite é enorme e nonostante queste sono numerate con lettere e numeri non ci si capisce nulla lo stesso. Infatti io ho fatto una fatica boia a trovare l’uscita a cui avevamo appuntamento e ho sbagliato un paio di volte prima di trovarla e Gianluca e Marco ancora non si vedono. Proviamo a telefonare con tutte le difficoltà del caso con ‘sti cavoli di telefoni che funziano quando vogliono loro. I ragazzi rispondono che ci stanno aspettando all’uscita, noi pure siamo convinti che stiamo aspettando a quella giusta: morale della favola ci mettiamo più di cinquanta minuti e non so quante telefonate per ritrovarci e ognuno continua a sostenere che era all’uscita corretta. Non datevi MAI appuntamento alla stazione di Shinjuku. Se potete preferite sempre le stazioni piccole o quella di Shibuya che é grande ma ha l’uscita Hachiko dove tutti si danno appuntamento di fronte alla statua del celebre cane. Comunque non tutto il male vien per nuocere visto che mentre aspettiamo riesco a fotografare la tipa di cui sotto.

Tokyo: Shinjuku Girl

Questa é senz’altro LA FOTO di questo viaggio. Al fatto che le giapponesi si vestano poco e strano ci abbiamo fatto il callo ma una cosi, incontrarla alle 13.30 all’uscita della stazione mentre messaggia tranquillamente al cellulare…beh! Vorrei inoltre far notare ai miei cari lettori che per donar loro questa chicca ho rischiato l’arresto visto che a meno di due metri da lei c’era un poliziotto e che in Giappone visto il gran numero di maniaci é proibito fotografare le persone senza il loro permesso. Comunque ne é valsa veramente la pena. Mi auguro la tipa non vada mai in vacanza all’estero perché penso ci siano paesi in cui le salterebbero addosso senza neanche chiederle quanto vuole.

Una volta riuniti Gianluca ci consegna gli inviti per il convivio di domani e decidiamo di salire ai piani superiori della stazione dove c’é il centro commerciale Lumine e dove sicuramente ci sarà un piano dedicato alla ristorazione. Al solito nonostante ci siano una decina di locali non riusciamo a metterci d’accordo e decidiamo di separarci: Gianluca e Marco optano per un piatto di pasta pseudo italiana che più tardi ammetteranno era appena commestibile mentre con Giova e Zibido scegliamo un ristorantino che fa hamburger e cotolette alla giapponese che si rivelerà ottimo.

Tokyo: Giova al ristorante

Tokyo: un ottimo menu a meno di 10 euro.

Una volta usciti vediamo un cielo ancor più grigio che promette pioggia da li a poco, conseguentemente Giova e Zibido decidono di tornarsene al loro appartamentino mentre con Gianluca decidiamo di far vedere a Marco Harajuku e Omotesando.

Harajuku é uno dei posti più interessanti di Tokyo e tutti dovrebbero visitarlo: in special modo Takeshita-dori che é uno dei posti più particolari e interessanti che la cultura giovanile abbia mai prodotto e dove spesso si possono fare foto fantastiche. Mi faccio dire da Gianluca come si dice “Posso farvi una foto?”  ma tra l’ilarità generale non riesco proprio a memorizzare la frase e ogni 30 secondi sono a richiederla. I miei compari ormai stufi mi dicono di piantarla visto che sostengono non avrò il coraggio di usarla ma naturalmente si sbagliano e una volta scovato un soggetto interessante (vedi sotto) non esito a chiedere. Un minuto dopo ovviamente la frase sarà di nuovo dimenticata: che brutta cosa la vecchiaia!

Tokyo: Takeshita-dori girl

Da Takeshita-dori ci immettiamo su Omotesando che é una elegante boulevard pieno di boutique di lusso dove i brand più famosi hanno affidato ad architetti di grido il compito di costruire degli edifici a volte davvero originali. Chiunque studi o si interessi di architettura deve visitare questo boulevard che vuoi per gli alberi, vuoi per i negozi ha un respiro decisamente europeo che non dispiace affatto.

Tokyo - Omotesando: Ore-sama e Marco.

Da Omotesando ci dirigiamo sempre a piedi, pian piano, verso Shibuya che non é lontanissima. Camminando vedo una cosa che non avevo mai notato prima: una stazione di servizio incassata al piano terra di un palazzo (immagino in Italia sia proibito). Gli erogatori del carburante pendono dal soffitto: l’auto arriva, il benzinaio tira giù la “pistola” e la immette nel serbatoio. Non ho capito dove si vede la quantità di benzina immessa e come fa il benzinaio a regolarsi ma ancora una volta quando ormai credevo di conoscere questo paese é riuscito a sorprendermi.

Tokyo: stazione di servizio con erogatori pendenti.

Tokyo: Il coll. Sanders mascotte del Kentucky Fried Chicken già addobbato per Halloween.

Vicino a Shibuya notiamo l’insegna di un Neko Cafe. Neko vuol dire gatto e quindi questo é un Gatto Cafe. Ma cos’è un Neko Cafe?. Come probabilmente sapete i giapponesi (sopratutto i single che sono tanti) vivono in mini appartamenti da 20-35 metri quadri dove spesso é proibito tenere animali. Inoltre in Giappone nessuno si azzarda a tornare a casa senza fare almeno 2-3 ore di straordinari gratuiti (se non hanno qualcosa da fare fanno finta per far vedere che ci tengono all’azienda). Aggiungiamo il fatto che nelle grandi metropoli le distanze sono enormi e che i tempi di spostamento casa-lavoro sono di solito di un ora o più e capirete che il povero lavoratore esce la mattina presto e torna in serata, a volte molto tardi. Questa gente anche non é in grado di accudire un animale che soffrirebbe a stare sempre a casa da solo. Per venire incontro alle loro esigenze sono stati creati i Neko Cafe. Posti dove oltre a prendere qualcosa da bere ci sono diversi gatti con i quali interagire: accarezzarli, coccolarli, ecc. Ho letto anche da qualche parte che ci sono dei posti dove affittano cani da portare a passeggio per i cinofili. É una triste società quella che arriva a questi estremi.

Tokyo: un locale per appassionati di felini.

Se ben ricordo per una mezz’ora di permanenza nel Neko Cafe chiedono un migliaio di yen (una decina d’euro). Gianluca ha due gatti in casa e io ne ho diversi nel cortile di casa, quindi non siamo interessati; Marco invece decide di farci un giro. Gli do la macchina fotografica per fare qualche scatto e con Gian ci facciamo un giro. Dopo una mezz’ora Marco torna giù con sentimenti contrastanti: ci sono parecchi gatti, ben trattati e ben accuditi ma ci sono troppe regole nel migliore stile giapponese: – questi gatti non si possono prendere in mano, questi bisogna solo accarezzarli, quegli che puoi prendere in mano non puoi sollevarli più di un tot e cosi via. Sarà per salvaguardare il benessere degli animali ma la cosa finisce per perdere spontaneità.

Nel Neko Cafe Marco fotografa il pasto dei felini che a quanto pare avviene all'unisono.

Arrivati a Shibuya ci salutiamo e vado alla stazione di Tokyo per recuperare il bagaglio che avevo lasciato ieri e dopo aver faticato non poco a ritrovare dove li avevo depositati (qui é tutto veramente enorme) gli ritiro e torno a casa.

Sotto la stazione faccio spesa in un supermercato che giustamente tiene aperto fino a tardi. Questi sono i posti da frequentare sopratutto se avete bisogno di comprare um’pó di frutta: cibo praticamente sconosciuto nei ristoranti ma che il vostro stomaco occidentale dopo qualche giorno di permanenza comincerà a richiedervi.


Viaggio in Giappone 2010: Day 17 – Kyoto; il mercato del Tempio

Giovedì 21 ottobre
Oggi è il grande giorno del mercato. L’ho aspettato con trepidazione. Riuscirò a trovare qualche bel uchikake (il kimono nuziale femminile) da aggiungere a quello che ho a casa? Dovete sapere che questo tipo di chimono è molto variopinto e colorato (al contrario di quelli normali spesso sobri e minimalisti), spesso è un autentico capolavoro e se esposto fa una bellissima figura. Ho intenzione di comprare un paio di espositori di kimono (come quelli dei negozi che ci sono qua) per metterli a casa mia. Sono molto più scenici che un quadro e tutto sommato la spesa non è altissima: nel 2007 ne avevo comprato uno per meno di 100 euro; è vero che io ero rimasto fulminato da uno ancor più bello che però costava sui 250 euro, troppo per le mie tasche. Parliamo comunque di cifre abbastanza ragionevoli se confrontate ad un quadro, spesso si finisce per pagare di più una stampa o una volgare imitazione di un opera famosa.
I business hotel offrono quasi tutti vista contro un muro o roba del genere quindi tendenzialmente si tengono le tende sempre chiuse; esco dal hotel e ho una bella sorpresa: piove!
MA PORC. ☠☢☹☠✠✖☠ di tutti i giorni di questo viaggio solo un giorno chiedevo non piovesse e proprio oggi piove! Non forte ma piove.
Prendo il bus e vado in stazione, chiedo all’ufficio informazioni come arrivare al tempio Toji (20 min. a piedi o 5 min. col bus 205, lo stesso con cui sono venuto fin qui, a saperlo…) e se il mercato si tiene anche nei giorni di pioggia; mi rassicurano che il mercato si fa comunque. Lascio la mia borsa in una cassetta alla stazione per 300 yen e prendo il bus che mi fa smontare alla seconda fermata dopo neanche due minuti: ma quali 20 minuti a piedi, ne bastano 10 scarsi, questi delle informazioni fanno il loro lavoro coi piedi!

Cinque minuti dalla fermata del bus e si arriva alle porte del tempio. Nonostante pioviggini gente c’è n’è e sopratutto è pieno di bancarelle con i teloni a proteggere la mercanzia; evidentemente nessuno rinuncia al suo guadagno per um’pò d’acqua. Buon per me!

All'entrata del tempio c'è un Koban della polizia. I poliziotti stavano distribuendo foto segnaletiche di ricercati con tanto di taglia. A me però non mi hanno dato niente, si vede noi gaijin non siam buoni a riconoscere criminali.

Ci sono bancarelle di tutti i tipi: dai venditori di cianfrusaglie raccattate in qualche garage a quelli di vasellame di un certo valore, dai banchetti di frutta e verdura a quelli che fanno okonomiyaki, piuttosto che takoyaki o oden o yakitori, dai commercianti di kimono usati a quelli di souvenir.

Venditore di patate dolci fritte e zuccherate

Gli odori dei vari cibi si mischiano insieme all’incenso bruciato davanti agli altari, è pieno di studenti in divisa (forse in gita a Kyoto o che semplicemente fanno “manca” da scuola), gruppetti di donne anziane vocianti, coppiette più o meno giovani e turisti che si aggirano solitari come me (con la macchina fotografica in mano sempre pronta) o in gruppi schiamazzanti dove tutti gridano e ridono.

Una bancarella di libri ukyo-e usati mi attrae particolarmente, compro un libricino, due libri ed un enorme librone formato A3 per meno di 20 euro. Gli lascio li per tornare a prenderli più tardi e proseguo. Intanto la pioggia si rinforza e comincio a pensare che mi toccherà spendere 5-600 yen per un ombrello che perderò senza ombra di dubbio quando la provvidenza ci mette lo zampino: vedo un bell’ombrello scuro lasciato lì, vicino ad una palizzata apposta per me. Dovete sapere che visto il basso costo degli ombrelli i giapponesi non si fanno problemi a comprarli appena scendono giù due gocce e ancor meno problemi si fanno ad abbandonarli in giro appena non ne hanno più bisogno, a disposizione di chi li vuole. Nell’ostello di Giova e Zibido infatti, accanto all’ingresso c’era un enorme bidone pieno di ombrelli di tutte le fogge e tipi (alcuni anche di qualità) a cui chiunque poteva attingere liberamente. Ringrazio le divinità del loco per il regalo piovuto dal cielo e proseguo il mio giro.

Poco più avanti vedo uno stand di kimono usati che che espone in bella vista 2 uchikake davvero splendidi. Chiedo il prezzo, purtroppo costano 30.000 yen l’uno (quasi 300 euro), troppo! Annuisco deluso facendo capire che la merce li vale ma per me è troppo. Ma la venditrice non si scoraggia e da sotto uno scaffale apre uno scatolone tirando fuori 8-9 uchikake  da 10.000. C’è ne sono di davvero splendidi e in particolare due che mi piacciono particolarmente: ne acquisto uno e mi dico che eventualmente posso in seguito prendere anche l’altro se non trovo di meglio, ma meglio vedere tutto il mercato prima di decidere. Pago e lascio lì la merce, inutile portarsela in giro sotto la pioggia. In giro si vede parecchia bella roba ma la pioggia non permette ai commercianti di esporre tutta la mercanzia ed anche quella esposta sotto i teloni di plastica è più difficile da vedere e maneggiare. Con meno di 15 € compro da un artigiano un paio di chasen, il frullino di bambù che si usa nella cerimonia de tè per mescolare la polvere di tè verde. E’ un oggetto che per la sua forma mi ha sempre affascinato e costituisce un ottimo souvenir.

Chasen: a) chajimi 茶じみ b) hosaki 穂先 c) karami-ito 絡み糸 d) jiku 軸 e) fushi 節

Di roba che mi piacerebbe prendere c’è ne tanta, il problema non sono i prezzi per lo più popolari ma il peso e l’ingombro. La limitazione aerea di 20 Kg. ha il suo peso nelle decisioni sugli acquisti! C’è uno stand di un artigiano locale che vende coltelli da lui fabbricati che è fuorissimo. Lui vestito da popolano giapponese: fazzoletto annodato in testa, maglia bianca, enorme fascia panciera, pantaloni larghi; sta seduto su un palco sopraelevato e gridando la qualità dei suoi coltelli gli usa per tagliare tronchetti di legno per dimostrarne l’affilatezza e la resistenza. Avrei voluto comparare un paio di coltelli da cucina ma in paese severo come questo portare delle armi nei bagagli potrebbe essere veramente rischioso: personalmente lo sconsiglio a tutti i turisti. Avrei voluto fotografare il tipo ma irretire un uomo che maneggia dei coltellacci grossi così non è un idea molto furba.

I banchi che mi attraggono di più sono quelli dei kimono e quelli che vendono stampe ukyo-e. Purtroppo quest’ultimi non possono esporre la merce come si deve in una giornata di pioggia; anche i kimono non sono esposti al meglio ma soffrono meno il problema. I commercianti di kimono sono abituati a trattare con gli stranieri e almeno per quanto riguarda i prezzi ci si riesce a capire in inglese, anche perché credo la maggior parte della loro clientela sono forestieri. Dovette sapere che i giapponesi di solito non amano affatto la roba usata, a maggior ragione se si tratta di vestiti. Ho visto anche qui negozi di vesti usate sulla moda americana dove i giovani amano cercare il vintage (di foggia occidentale) ma in generale l’usato non gode affatto di buona considerazione. Questo fa si che il mercato del kimono usato ha tutto sommato costi veramente contenuti. Con um’pò di pazienza cercando si possono trovare dei bei kimono in stato discreto a 10-20 euro (parlo di vesti in seta o lana e non di volgari yukata di cotone). La maggior parte sono kimono femminili visto che è un tipo di vestito che ormai la donna indossa assai più dell’uomo: camminando in città non è difficile imbattersi in signore (di solito di mezza età) che indossano eleganti kimono; uomini in foggia tradizionale invece se ne vedono solo nei templi (presumo la maggior parte siano sacerdoti). In un piccolo chiosco vedo un bellissimo furisode viola. Io di solito collezione gli uchikake che sono come ho detto i kimono nuziali, sono imbottiti e più pesanti degli altri. Per la loro magnificenza e per il fatto che sono portabili solo ai matrimoni e solo dalla sposa ovviamente sono carissimi da nuovi e scontatissimi da usati quindi hanno il miglior rapporto qualità/prezzo. Incredibilmente su wikipedia alla voce kimono l’uchikake non viene neanche citato quindi accludo qui a seguito l’ottima spiegazione del forum Hana Team : fino al periodo Edo l’uchikake era utilizzato dalle mogli di guerrieri o di nobili nelle occasioni formali, dopo divenne un abito di nozze. Di seta monrinzu o monshusu (satin con pattern), dall’orlo imbottito e dalle lunghe maniche, viene indossato senza essere fermato da alcuna cintura sopra il kimono. Gli uchikake colorati presentano simboli di buon auspicio dai toni sgargianti e sono spesso ricamati in oro e argento. Il kakeshita è un furisode indossato sotto l’uchikake che può essere bianco o colorato, di seta monrinzu o in habutae (taffettà).  Sotto il kakeshita s’indossa un kimono detto shitagane. Una variante dell’uchikake è lo shiromoku, l’abito nuziale. Nel caso dello shiromoku, uchikake, kakeshita e shitagasane sono bianchi a simboleggiare la volontà della donna di imparare i costumi e le usanze della famiglia del marito e farle proprie. Tradizionalmente veniva indossato il primo dei tre giorni in cui si svolgeva la cerimonia nuziale. Il secondo giorno la donna indossava un abito rosso che serviva come scudo contro la sfortuna, mentre l’ultimo giorno indossava un kimono nero formale. I furisode invece mantengono di più il loro valore visto che sono portabili sempre e sopratutto quelli belli sono abbastanza cari anche usati. Questo furisode è proprio bello e quindi ne chiedo il costo al vecchietto. Questi mi dice 8,000 yen. Gli dico che ci penso e che magari ripasso (dopotutto io colleziono uchikake) ma questi mi ferma e mi dice che me lo da a 7,000. Ci penso e accetto. Bello è bello ed inoltre essendo più leggero mi darà meno problemi con i bagagli. Rovistando tra le bancarelle trovo anche un bel kimono sobrio nei colori ma in discrete condizioni a solo 1.000 yen (9 euro).

C'é chi si concede um'pó di riposo sull'erba umida accanto ad un canale pieno di ninfee.

Decido che per oggi ho comprato abbastanza e che è tempo di  andare quindi mi metto alla ricerca dei negozianti presso ai quali ho lasciato i miei acquisti. Dopo un quarto d’ora trovo i librai dove prendo i volumi comprati e solo in quel momento mi accorgo di quanto pesino: un’accidente!! Veramente dei mattoni. Dopodiché ci metto un ora (stima per difetto) a ritrovare il chiosco in cui avevo comprato il primo kimono. Confesso che stavo disperando quando sono riuscito a ritrovarlo. Per fortuna nel frattempo aveva almeno smesso di piovere. Mentre sto uscendo mi fermo ad una bancarella che aveva delle pezze di stoffa lunghe un metro circa con su stampati alcune delle immagini ukyo-e più famose tra le quali anche due delle più celebri vedute del Fuji di Hokusai. Mi fermo per comprarle. La venditrice è una vecchietta alta un metro e mezzo (forse) che comincia ad arrabattarsi per prendere una scala per raggiungere la merce ma io la fermo con un gesto, poso le mie borse e l’ombrello e raggiungo da me le pezze con sua grande ammirazione. Ovviamente non mi ricordo di riprendermi l’ombrello che finisce col diventare il terzo perso da quando son qua. Bravu somar!

La Bancarella presso cui immolo il terzo ombrello di questo viaggio e il bello è che non sarà neanche l'ultimo.

Torno in stazione. Recupero il bagaglio lasciato e prendo il treno per Shin Osaka dove vado a recuperare la valigia presso il mio hotel, da lì carico come uno sherpa torno in stazione dove prendo un treno per Tokyo. Arrivato alla stazione di Tokyo constato che sono veramente troppo carico: valigia big size, borsa sportiva pesantissima, un paio di borsette e un tubo porta poster. Pensare di affrontare con un bagaglio simile la rush-hour della capitale sarebbe idiozia pura. Decido di lasciare um’pò di bagaglio in un cassetto a pagamento della stazione per recuperarlo l’indomani. Poi prendo la linea circolare Yamanote  fino a Shibuya e da li il treno per Takaido. Arrivato a Takaido credo di ricordarmi bene il percorso per arrivare a casa dell’amico Kunio che mi ha lasciato le chiavi del suo appartamento dai suoi che abitano lì accanto. Si, ci sono stato l’ultima volta tre anni fa, ricordo la strada benissimo: esci dalla stazione, vai a sinistra e prendi la prima a sinistra, poi segui il canale del fiume e…diavolo! Ma guarda se non hanno cambiato tutto negli ultimi tre anni… ma che hanno fatto?…hanno anche coperto il canale!…ma dai! …beh, di sicuro la strada è questa, vado um’pò dritto e poi a destra, di sicuro la trovo… e così mi perdo e vago per tre quarti d’ora con una valigia da 30 kili finché non ritorno alla stazione da cui sono partito, spossato e attapirato. Non posso prendere un taxi perchè gli indirizzi in Giappone non vogliono dir nulla senza mappa, non posso telefonare a Kunio che al momento è in Francia e nelle vicinanze non c’è un hotel dove potersi fermare. Poi mi guardo meglio attorno è un barlume di luce si intravede: mi sembra di ricordare che una volta arrivati in stazione attraversavamo il ponte pedonale sopra la strada e lì, una volta scesi si andava a sinistra…infatti ecco il canale del fiume e il deposito/parcheggio di biciclette che ricordavo, prima invece stavo praticamente andando nella direzione opposta. In 10 minuti arrivo a casa Kunio, suono a casa dei genitori e la madre mi apre e mi da la chiave dell’appartamento e sorpresa è praticamente tutto uguale al 99′ quando venni qui per la prima volta, ci sono solo più vestiti di prima. Io dal 99′ ho cambiato 4 case e vedere un ambiente famigliare di più di 10 anni fa, praticamente immutato, mi fa uno strano effetto…rassicurante. E’ bello che certe cose non cambino.


Viaggio in Giappone 2010: Day 16 – Addio Osaka e compagnia bella, si va a Kyoto

Mercoledì 20 ottobre

Oggi saluto Osaka e me ne vado da solo a Kyoto. Giova e Zibido vanno a Tokyo dove hanno preso un appartamento in affitto; Gianluca e Marco invece a Yokohama (che é praticamente un quartiere periferico di Tokyo) a casa di Wakako, la sposina.

Giova, Gianluca, Marco e Zibido sul binario dello Shinkansen pronti ad imbarcarsi per Tokyo

Io alloggerò a Tokyo a casa di Kunio ma ho deciso di passare una notte a Kyoto visto che voglio assolutamente  visitare il mercato che si tiene il 21 di ogni mese presso il tempio Toji e domani é appunto il 21. Per una sola notte non vale la pena di portarsi il valigione dietro e quindi lo lascio in deposito in albergo, prendo con me solo una borsa con il necessario per la notte.

Stazione di Kyoto - scorcio interno

Prendo al volo uno Shinkansen e in men che non si dica sono a Kyoto. La stazione di Kyoto é veramente fantascientifica. Enorme, cosi grande che non si riesce a fotografarla. Non sono mai riuscito ad inquadrarla nella sua globalità anche perché da li o si prende la metro o un bus mentre bisognerebbe allontanarsi per un bel tratto a piedi per vederne la figura completa.

Predo un bus che mi porta in prossimità del Super Hotel Kyoto Shijo Kawaramachi dove alloggerò oggi; pur avendo stampato la mappetta che c’era sul loro sito faccio um’pó di fatica a trovarlo nel dedalo di viuzze in cui si trova.

Kyoto: viuzze attorno al Super Hotel

Il Super Hotel Tan dei Tali é l’ennesimo business hotel dove non ti fanno entrare in camera prima dell’orario di check in che nel loro caso é addirittura alle 15.00. Di tutte le cose fastidiose che ci sono in Giappone questa é quella che mi sta più sui marroni. In qualsiasi parte del mondo, quando gli ospiti arrivano prima dell’orario di check in (che non é mai oltre le 13.00) ci si fa in quattro per poterlo alloggiare subito. Se la camera non é pronta si chiama il personale delle pulizie e lo si manda subito a farla in modo che in una mezz’ora il cliente si possa accomodare. Lo dico con cognizione di causa visto che ho fatto il portiere d’albergo per cinque anni. In Giappone no! Ti sbattono fuori presto, di solito entro le 10.00 mentre in occidente se metti il check out alle 11.00 già storcono il naso (di solito negli alberghi come si deve é alle 12.00); e non ti fanno entrare fino alle 14.00-15.00. Addirittura in certi hotel, se stai per più giorni ti fanno capire che preferirebbero tu non stessi in albergo tra l’orario di check out e quello di check in: ma che vadano a cagher!!

Kyoto: curioso queste rane che "abbelliscono" i marciapiedi. Saranno provvisorie?

Comunque lascio la borsa in hotel e vado a farmi un giro visto che la zona é piena di negozi interessanti e devo anche pranzare. Devo dire che questa é un ottima zona dove alloggiare a Kyoto: se ci torno proverò a rialloggiare qui. Compro qualche souvenir ed alle 15.00 vado in hotel a lasciare in camera gli acquisti e ad installarmi in camera. All check in il portiere mi fa notare che il loro hotel ha una vasta scelta di diversi cuscini di varie fogge, adatti a tutti i gusti e mi mostra i ripiani in cui sono esposti ma al momento ho fretta e gli dico che sceglierò qualcosa la sera: ERRORE MADORNALE!  Lascio la roba in camera e poi senza indugiare troppo decido di visitare un tempio che a quanto capisco dalla mia mappa turistica non é troppo lontano. Questa si rivelerà una scelta felicissima: infatti senza saperlo mi reco al  Kinkaku-ji o Tempio del padiglione d’oro (più spesso semplicemente “Padiglione d’oro“) che è il nome del reliquario di Rokuon-ji.

Kyoto: Kinkaku-ji o Tempio del "Padiglione d'oro": è il nome del reliquario di Rokuon-ji

Riprendo da Wikipedia: Pagoda d’oro: “Kinkaku-ji” (Tempio del Padiglione D’oro), chiamata anche Rokuon-ji (Tempio del Giardino del Cervo). Costruita nel 1397 come villa per lo Shogun Ashikaga Yoshimitsu (足利 義満, 25 settembre 1358 – 31 maggio 1408).  Yoshimitsu è particolarmente noto per essere stato l’unificatore del Paese, diviso sin dall’inizio dello shogunato cinquant’anni prima, ponendo fine al periodo delle Corti del Nord e del Sud (Nanboku-chō), nel 1392. Con questo gesto riuscì a instaurare una forte autorità dello shogunato di Muromachi su tutto il Paese, soprattutto nei confronti dei vari daimyō regionali. Nel 1394 Yoshimitsu scelse il governo del chiostro e abdicò in favore del figlio Yoshimochi, mantenendo però intatta la sua autorità fino alla sua morte. Dopo che Yoshimitsu morì nel 1408, la sua villa divenne il “Tempio del padiglione dorato” (Kinkaku-ji). Fu suo figlio che convertì l’edificio in un tempio Zen della scuola Rinzai. Il tempio bruciò due volte durante la guerra degli Ōnin.Il presente edificio è datato 1955 e fu ristrutturato nel 1987, il tetto fu ricostruito nel 2003. Vi è uno stupendo parco (kaiyū-shiki) che cinge l’aurea pagoda. La struttura è circondata da uno stagno, chiamato Kyōko-chi (Laghetto Specchio), vi sono molte isole e pietre che rappresentano la storia della creazione secondo il Buddismo.

Sotterranei a parte, l’intero padiglione è ricoperto di foglie d’oro puro. Per questo motivo l’edificio è spesso paragonato al Ginkaku-ji, il Tempio del padiglione d’argento, anch’esso situato a Kyoto. La pagoda, composta di tre piani, ha funzione di shariden e contiene delle reliquie del Buddha.

Il Rokuon-ji, il tempio in sé, presenta varie strutture oltre allo scintillante Kinkaku-ji, come i lussurregianti giardini e uno stagno a specchio (Kyōko-chi) che accentuano il lato Zen del luogo.

Appena arrivo all’ingresso del tempio capisco che questo é uno di quelli più importanti dall’imponente numero di scolaresche che vedo stanno entrando. Chiariamolo: Kyoto per la sua ricchezza ed importanza storica é la meta turistica più importante del Giappone e in qualsiasi stagione dell’anno si vada ci si trovano sempre frotte di scolaresche in tutte le località di un certo valore culturale. Non ne sono sicuro ma presumo che prima o poi tutti gli scolari nipponici sono portati almeno una volta nella vita in gita a Kyoto.

Pago il biglietto d’ingresso ed entro nel giardino del tempio senza sospettare dove mi trovo circondato da vocianti scolaresche di varie età. É vero che sono meno chiassose di quelle nostrane, sopratutto i piu grandicelli ma le classi delle elementari sono pur sempre composte da bambini piccoli e i bambini son sempre bambini, anche in Giappone.

All’improvviso, mi si palesa il laghetto con il bellissimo Padiglione dorato e anche se il cielo é grigio e scuro la vista é lo stesso mozzafiato. Perché diavolo non l’ho visitato la prima volta che sono venuto a Kyoto tre anni fa mi chiedo? Ecco cosa si guadagna ad affidarsi a pessime guide praticamente senza foto come la “Lonely Planet” che non ti fanno mai capire per bene cosa vale la pena di visitare impegnati come sono ad elencare ostelli e ristoranti economici. Le migliori guide secondo me sono quelle Mondadori che non sono altro la traduzione delle inglesi EyeWitness della DK Travel. Hanno foto particolareggiate di tutti i posti e sono tutte a colori. Vedo le località consigliate e se mi ispirano le visito. Queste si sono un aiuto serio.

Kyoto: Kinkaku-ji o Tempio del "Padiglione d'oro"

Il Tempio ovviamente coi suoi colori sgargianti attira subito la vista ma devo dire che anche lo stagno a specchio che lo circonda, con le sue isolette é veramente splendido.

Nel giardino ad un certo punto noto anche una un gruppetto di statuette in pietra di divinità non meglio identificate che circondano una ciotola nelle quale un sacco di persona si affannano a lanciare monetine. Pare che sia di buon augurio se si riesce a depositare la monetina nella ciotola il problema é che i lanciatori sono tenuti ad una distanza di tre metri da un parapetto ed avendo un solo tentativo non é facile aggiustare la mira senza contare che da quella distanza anche se si centra il contenitore é facile che la moneta rimbalzi fuori ed esca lo stesso. In fatti le statuette nuotano letteralmente in un mare di monetine come vedete nella foto.

Kyoto: Kinkaku-ji o Tempio del "Padiglione d'oro"

Ovviamente anche io faccio un tentativo senza grande fortuna.

Kyoto: Kinkaku-ji o Tempio del "Padiglione d'oro"

L’episodio del monaco che incendiò il tempio nel 1950 viene raccontata anche nel romanzo di Yukio Mishima intitolato “Il padiglione d’oro“.

Kyoto: Kinkaku-ji o Tempio del "Padiglione d'oro"

La difficoltà maggiore della visita al Kinkaku-ji é quella di far foto senza inquadrare qualcuno dei numerosi scolaretti da cui si é praticamente sempre circondati.

Kyoto: Kinkaku-ji: un maestro tira un cazziatone ad un suo allievo evidentemente poco disciplinato che cerca di far finta di pomi; tutto il mondo é paese

Anche nel complesso del tempio si arriva verso la fine ad un complesso di negozi che vendono souvenir di tutti i tipi. In Giappone c’é un autentica ossessione per l’acquisto di souvenir e nessuno si lascia sfuggire un business cosi lucrativo. Anche io faccio qualche acquisto visto che il negozio é fornito di chincaglierie molto carine e dopotutto qualche regalo a casa bisogna sempre portarlo.

Poi me ne torno verso l’albergo e mi metto a gironzolare per le Teramachi and Shin Kyogoku Shopping Arcades che sono le principali vie commerciali di Kyoto e sono piuttosto interessanti.

Kyoto: Il colonnello Sanders della KFC già vestito da Babbo Natale il 20 ottobre

Kyoto - Teramachi and Shin Kyogoku Shopping Arcades: una scolaresca delle elementari(?) viene tenuta a rapporto dai maestri

Kyoto: cartello che invita ad un comportamento decoroso e a portare a mano la bici nelle gallerie invece di sfrecciarvi a tutta birra.

Tornato in hotel scopro che i cuscini supplementari sono terminati. Pazienza mi dico, userò quello che ho in camera. ERRORE MADORNALE. Il cuscino fornito di serie é una roba strana e stra-scomoda che sembra riempito di riso o grano. Grazie a lui passerò una delle peggiori notate di sempre riuscendo a stento a dormire qualche ora.


Viaggio in Giappone 2010: Day 14 – Takarazuka: il museo di Osamu Tezuka e le moderne case giapponesi chiavi in mano.

Lunedì 18 ottobre.

Takarazuka - Hana no Michi (Viale dei Fiori)

Oggi torno di nuovo a Takarazuka dove ho appuntamento a pranzo con Luca che ha promesso di dare un occhiata al mio mini laptop Panasonic  che comprai in Giappone tre anni fa e che dopo una re-installazione del sistema operativo si é sempre rifiutato di emettere un suono che fosse uno.

Takarazuka - Hana no Michi (Viale dei Fiori)

Ho appuntamento con Luca per l’ora di pranzo ma decido di andare prima per visitare il Museo di Osamu Tezuka (il più influente mangaka e animatore giapponese del dopoguerra) che é nato proprio a Takarazuka.

Takarazuka - Hana no Michi (Viale dei Fiori)

All’uscita della stazione ci si trova subito all’imbocco di Hana no Michi (Viale dei Fiori) una bella via pedonale circoscritta da alberi di ciliegio da entrambi i lati che immagino sia veramente spettacolare durante la fioritura di primavera.

Takarazuka - Hana no Michi (Viale dei Fiori)

Imboccandola si arriva al Grand Theatre in meno di 10 minuti. E’ una passeggiata piacevolissima visto il paesaggio inconsulto. Passeggiare in mezzo al verde é splendido dopo tanto cemento ed inoltre intorno é pieno di costruzioni e negozi più graziosi di quanto non ci abitui il tipico paesaggio cittadino nipponico .

Takarazuka - Hana no Michi (Viale dei Fiori) - notare le decorazioni floreali del ponte!

Più che la mano di un architetto mi sembra che qui ci abbia messo mano un urbanista, quasi sicuramente donna visto la vezzosità di certe soluzioni. In giro gli unici uomini che si vedono sono anziani sicuramente in pensione, per il resto solo donne, sole o accompagnate da bambini piccoli. I bimbi più grandi immagino siano a scuola mente gli uomini saranno a Osaka a “faticare” come dicono a Napoli. Si potrebbe definirla una città dormitorio immagino ma visto quanto é graziosa (almeno nella parte da me visitata) non dovete pensare a questa definizione con connotazioni negative, anzi, avercene… In realtà visto la  proporzione femminile/maschile che si incontra per strada e le decorazioni di strade e negozi credo che la definizione giusta sia “la Città delle Donne”.

Mentre passeggio sul Viale dei Fiori incontro alcune donne di mezza eta che circondano quella che é sicuramente una stella del Teatro Takarazuka. C’é chi le chiede un autografo, chi le porge un mazzo di fiori chi le scatta delle foto.

Sul viale ci sono anche 3 serie di statue  in bronzo di personaggi che hanno fatto la fortuna del Teatro e tra queste c’è anche quella di (Lady) Oscar col suo amato André.

Takarazuka - Hana no Michi (Viale dei Fiori) - Lady Oscar & André

Alla fine del viale che si percorre in un quarto d’ora sono a quel che scrivono molto vicino al museo ma sbaglio strada e finisco in una specie di piccolo parco con caffè e negozi vari.  Chiedo informazioni e in qualche modo riesco ad arrivare al Museo che effettivamente sarebbe stato molto vicino se non avessi imboccato la strada sbagliata.

Takarazuka - Museo di Osamu Tezuka

Comincio a scattare qualche foto dell’esterno che si rivela già interessante visto che il viale d’ingresso é affiancato da colonne/obelischi quadrangolari che su ogni lato hanno incastonato un medaglione con la faccia di uno dei personaggi di Tezuka e vi troneggia la statua di Hi no Tori (La Fenice).

Takarazuka - Museo di Osamu Tezuka - Hi no Tori (La Fenice)

Inoltre sulle piastrelle che pavimentano il viale ci sono le impronte e le firme dei vari personaggi a mo della “Walk of Fame” dei divi americani a Hollywood davanti al Chinese Teathre.

Mentre sto scattando le mie foto arriva un curioso pensionato (?) locale che comincia a biascicare qualcosa, mi si piazza davanti a cinque cm, sorriso a 32 denti come lo stragatto di Alice nel paese delle Meraviglie e senza smettere di masticare “senbee” (cracker giapponesi) che estrae in continuazione dalla sportina che gli sta in mano, comincia a parlarmi.

  • Lui: – Moshi-boshi-goshi desu-ka?
  • Io: – Sorry, no Japanese, sumimasen.
  • Lui: – Boshi-goshi-moshi, ne?
  • Io: – Com’era? Ah si! Watashi wa nihongo o hanashimasen.
  • Lui:  – Goshi-Moshi-Boshi, sugoi ne?
  • Io:- – Desolé, je ne parle pas Japonais.
  • Lui: – Boku dake no Madonna.
  • Io: – Danke, aber Ich spreche Japonische nicht!
  • Lui:- Sekai no chuushin de, ai wo sakebu.
  • Io: – Lo siento, No ablo Japones.
  • Lui: – Kamisama mou sukoshi dake.
  • Io: – Ne govoria Japonski
  • Lui: – Sora Kara Furu Ichioku no Hoshi
  • Io: – Bene, basta ci rinuncio, si,hai ragione. Hai! Hai!

Il suo alito sa di alghe secche (deve essere il gusto dei crackers) io cerco di fare un passo indietro ma se io indietreggio lui avanza senza mai smettere di parlare. Devo essergli particolarmente gradito come interlocutore visto che decide di premiarmi con un “senbee” e non faccio neanche in tempo a fare no con la testa che me l’ha già infilato in bocca. Non mi resta che mangiarlo anche se non amo affatto le alghe. Poi pago della nostra bella chiacchierata mi saluta e se ne va non prima di aver posato bello fiero per una foto che riporto qui sotto.

SENZA PAROLE. Che personaggio!

Entro nel museo; all’entrata le addette mi invitano a fare il biglietto  dalla macchinetta automatica il che mi sembra una scemenza: hai 2 persone che stanno li impalate (per dare informazioni?) per dirti di fare il biglietto, tanto varrebbe me lo facciano loro direttamente.

Il Tezuka Osamu Manga Museum ha un piano sotterraneo, un piano terra ed un piano sopraelevato.

Il mosaico all'ingresso

Piano terra: l’ingresso con la reception é dedicato alla Principessa Zaffiro con il bel mosaico sul pavimento ed una grande statua. Sono presenti delle capsule di plexiglas in stile sci-fi anni 50 che contengono merchandising delle opere di Tezuka. C’é anche un mini teatro che proietta le opere animate.

Piano terra

Piano terra: le capsule sci-fi delle memorabilia.

Piano sotterraneo: qui trovate un “Animation Workshop” con le scrivanie che usavano gli animatori e che i visitatori possono provare e la scrivania del maestro con una sua statua.

Piano sotterraneo: l'Animation Workshop

Piano sotterraneo: la scrivania del Maestro con una sua statua caricaturale.

Piano sopraelevato: qui trovate una saletta per mostre temporanee, una biblioteca contenente molte delle opere del maestro (anche in lingue straniere), una stanzetta dove i bambini possono colorare disegni in bianco e nero dei vari personaggi tezukiani, un negozio di merchandising con delle cosine deliziose e il Jungle Cafe, un plasticoso bar decorato a mo di giungla con i personaggi di Kimba il leone bianco.

Piano sopraelevato: il negozio.

Piano sopraelevato: Jungle Cafe

Qui potete scaricare la mappa illustrata dei Museo in inglese (Osama Tezuka Museum floor guide map).

Il museo é chiuso il mercoledì; orari d’apertura 09.30 – 17.00. Prezzi: adulti ¥ 700 – studenti ¥300 – bimbi ¥100.

Vale la pena di visitarlo? Mah, se proprio siete in zona e avete tempo da ammazzare ci può stare ma venire appositamente a Takarazuka se non siete sfegatati fan tezukiani non credo valga la pena.

Torno davanti al Grand Theatre dove ho appuntamento con Luca. Andiamo in una steak house dove Luca risolve il problema del computer in una mezz’oretta.

Dopo pranzo mi porta a visitare il quartiere delle Model House o Model Room. Pensavo di conoscere ormai tutte le stranezze del Giappone ma evidentemente ne devo ancora mangiare prima di potermi definire un esperto. Questo quartiere é composto da una dozzina di case monofamiliari tutte a 2 piani: la particolarità é che queste case sono dei modelli da esposizione che le società di costruzione edile hanno tirato su per farle visitare ai clienti che hanno un pezzo di terreno edificabile e vogliono costruirsi un abitazione. In Italia uno si rivolge ad uno studio di architettura, spiega le sue esigenze e disponibilità e si fa fare un progetto. Qui invece si possono visitare le case fatte, finite e arredate e il bello é che se uno vuole le vendono chiavi in mano, mobili ed elettrodomestici compresi.

Un paio di modelli di case pronte da tirar su.

Visto che sono particolarmente belle e interessanti decido di visitarne qualcuna e Luca con faccia tosta mi presenta ai venditori come un dirigente “expatriat” di qualche grossa multinazionale che vuole comprare una casa. Le case sono veramente ben fatte con qua e là tocchi di ottimo design. Ogni casa prevede una stanzetta tradizionale con tatami, stanze separate per il gabinetto (super tecnologico) e la stanza da bagno, finestre ad alto isolamento termico  eppure vedo dei difetti veramente fastidiosi comuni a tutte: primo non é previsto il riscaldamento centralizzato (infatti non ci sono radiatori installati); secondo per qualche bizzarra moda architettonica tutti i modelli pur essendo di diversi produttori presentano il secondo piano che non occupa tutta la quadratura disponibile: il soggiorno al piano terra é sempre lasciato open space e il soffitto arriva direttamente al sottotetto, il secondo piano con le camere da letto e i bagni di solito occupa appena metà della superficie disponibile; sembrano come costruite sul soppalco di un loft.

Un modello della Panasonic che come Toyota ed altri grandi gruppi costruisce anche case.

Ora, dico io va bene il design, la ricerca del bello, dello stupefacente; siamo italiani e queste cose le capiamo ma in un paese dove il terreno edificabile nelle città ha dei costi veramente esorbitanti tu rinunci ad un quarto della superficie calpestabile della tua casa per l’effetto “loft”. Assurdo. Inoltre in una casa senza riscaldamento centralizzato dove utilizzi per scaldarti il condizionatore e le stufette elettriche tu crei un open space dal pavimento al soffitto che d’inverno sarà inevitabilmente una ghiacciaia. Pazzesco! Le case sono esteticamente affascinanti, sono costruttivamente molto sicure (tutte dotate dei più moderni accorgimenti antisismici) ma per alcune scelte discutibili non si possono definire propriamente ideali.

Finito la nostra visita ci mangiamo un gelato preso ad un distributore automatico, facciamo quattro ciaccole e ci salutiamo, dopodiché  me ne torno ad Osaka.


Viaggio in Giappone 2010: Day 13 – Tutti al Koshien (partita dei playoff di baseball tra Hanshin Tigers e Yomiuri Giants)

Domenica 17 ottobre.


Oggi è il giorno della partita al mitico stadio Koshien (secondo match dei playoff tra gli Hanshin Tigers di Osaka e i Yomiuri Giants di Tokyo. I Tokyo Giants sono la squadra più amata ed odiata del Giappone: come la Juventus in Italia. I Tigers hanno la tifoseria più calda ed appassionata del Giappone. A Tokyo, Yokohama o Nagoya è difficile trovare qualcosa che ricordi le loro squadre di baseball. Osaka invece è diversa: appena scendi alla stazione subito vedi da per tutto manifesti dei Tigers e bancarelle che ne vendono le divise, le magliette e il vario merchandising (l’unico altro esempio di grande amore (forse persino superiore) per la propria squadra di baseball si ha ad Hiroshima per il team dei Carps).

Certo 'sti tifosi vestono strano.

L’amica di Tiziano: Miki, non solo mi ha ceduto il suo biglietto, ma mi ha pure regalato un paio dei bastoni cavi che usano qui per far casino allo stadio ed un set di 4 palloncini da lanciare in aria.
Lo stadio dei Tigers: il Koshien è lo stadio più mitizzato del Giappone perché è qui che si tengono tutti gli anni i campionati nazionali di baseball delle scuole superiori. Questi campionati scolastici sono popolarissimi in tutto il paese e vengono trasmessi in televisione, tanto sono importanti. Tutti i membri dei club di baseball liceali sognano di qualificarsi per i campionati nazionali e la loro parola d’ordine è una sola: Punta al Koshien! Spesso lo scrivono su un foglio che attaccano su una parete in camera loro per spronarsi e non scordarlo mai (chi ha letto qualcuno degli splendidi fumetti di Mitsuru Adachi, pubblicati anche in Italia, lo saprà). Per chi volesse approfondire a riguardo c’è il blog specializzato “Tutti al Koshien!“.

Alle partite vengono intere famiglie senza alcuna paura.

Per arrivare al Koshien si prende la ferrovia privata Hanshin (proprietaria dei Tigers) dalla stazione di Umeda ed in una ventina di minuti si arriva.
Decido di andare con largo anticipo per non rimanere invischiato nel traffico peggiore e arrivo al Koshien verso le 11. 50 anche se la partita inizia alle 14.00. Già a mezzogiorno c’è gran folla e non c’è dubbio sul motivo della presenza di questa folla eterogenea composta da moltissime coppie e con un buon numero di bambini a seguito: tutti dai vecchi settantenni ai bimbi che a malapena stanno in piedi portano divise dei Tigers. C’è chi si accontenta di portare sobriamente la maglia della squadra e chi invece è conciato in maniera davvero bizzarra: sopratutto gli uomini, i più audaci dei quali portano dei calzoni (pieni di ideogrammi) così larghi da far sembrare i pantaloni a zampa d’elefante degli anni ’70 dei pantacollant.

Gruppi di tifosi accampati sotto un ponte (per ripararsi dal sole) proprio di fronte lo stadio.

Lo stadio è vicinissimo alla stazione e per raggiungerlo si passa davanti a parecchi negozi e bancarelle ufficiali e non) che vedono tutto quello su cui si può apporre il marchio della squadra di casa. Nonostante l’odio che qui nutrono per i Giants si vende anche um’pò del loro merchandising (perfino nei negozi ufficiali dei Tigers): business is business!
In giro si vede anche qualche tifoso dei Giants, anche con bambini ed ovviamente nessuno gli infastidisce. Ciò nonostante forze di polizia in giro c’è ne sono tante e all’entrata dello stadio si viene sommariamente perquisiti quindi anche nel pacifico paese del Sol Levante comunque non ci sente di lasciare alla buon senso dei tifosi l’ordine pubblico.

I tifosi dei Giants non hanno alcun timore di quelli avversari, come vedete portano anche i bimbi in trasferta.

Visto che sono in anticipo faccio un giro per i negozi e finisco per comprare una maglia da gioco dei Tigers per ¥ 6.300. É la più grande che ho trovato e più o meno ci sto dentro, qui per i tipi grandi e grossi come me non c’è molta disponibilità. Compro anche una maglietta dei Giants per regalarla ad un amico. Nei negozi scopro quanto son care le patch di ideogrammi e figure varie da cucire a maglie o altro di cui un gran numero di (quelli che penso siano) ultras fa sfoggio. ¥ 2-3.000 a scritta. ci vuole un niente per far triplicare il costo della maglia. Faccio un giro completo dello stadio per osservare la variopinta folla dei tifosi e fotografarla um’pó. Ci sono dei personaggi che potresti prenderli di peso e buttarli nel carnevale di Venezia. Farebbero veramente la loro figura.

Tra i fan vestiti strani a cui nessuno faceva caso....

... c'era questa signora al cui passaggio si giravano anche i locali che sono pure abituati alle bizzarrie...

... della serie Dio li fa e poi li accoppia.

Già solo per ammirare certi personaggi valeva la pena di venire allo stadio. Se venite in Giappone durante la stagione del baseball (inizia in aprile e coi playoff finisce ad ottobre) vi consiglio vivamente di provare a venire ad una partita (comprate il biglietto presso un ufficio PIA Ticket Office in aeroporto, appena atterrate! Li qualcuno che parla inglese di sicuro lo trovate). Se non capite le regole del gioco (come almeno il 90% dei nostri concittadini) e pagare il biglietto sarebbe uno spreco informatevi su date e orari delle partite ed andate a farvi un giro attorno uno stadio un paio d’ore prima dell’inizio di una partita. Vi divertirete, farete delle foto splendide e potrete comunque comprare qualche simpatico souvenir delle squadre che vi ricorderà il viaggio. Potendo scegliere andate allo stadio dei Tokyo Giants degli Osaka Tigers o degli Hiroshima Carps: sono le tre squadre con le tifoserie più calde e quindi variopinte.

La percentuale di donne é notevolmente maggiore rispetto ad un qualsiasi stadio italiano

Fatto un giro completo attorno allo stadio decido di entrare anche se manca un ora buona all’inizio della partita. La pula mi perquisisce la borsa all’entrata (onestamente non ricordo se mi hanno fatto anche la perquisizione fisica) e poi il personale all’entrata mi controlla il biglietto e mi fa entrare. Davanti alle scale 2 tipe ridicolmente vestite con divisa della squadra, mini shorts e calzettoni sportivi fino alle ginocchia (sembrano scappate dagli anni ’70) vendono il pamphlet con il programma della partita.

Nei corridoi vedo una stanza schermata da vetri dove sono rinchiusi dei fumatori: sembrano dei pesci rinchiusi in un acquario di fumo.

Stanza di punizione dei fumatori.

Sbuco all’aperto e con l’aiuto del numeroso personale trovo il mio posto: verso l’estremità destra del diamante a mezza altezza, non un posto buonissimo ma per quel che ho pagato (€30-35) penso sia normale. Accanto a me dovrebbe sedersi un amico di Miki che ancora non e’ arrivato. E’ una bella giornata di sole e per essere ottobre fa parecchio caldo. Mi siedo nel mio posto e godo la variopinta folla che mi circonda. Ci sono esemplari particolarmente curiosi che meriterebbero di essere immortalati ma dovrei essere assai più sfacciato di quello che sono per fotografarli: che gli dico? – Sei un tipo strano e bizzarro, fatti fare una foto. Comunque i più interessanti di tutti sono i venditori di bibite e snack che lavorano nello stadio: sono in maggior parte giovani ragazze che portano a volte dei pesi non indifferenti. Oltre a quelle con dei normali vassoi contenenti varie bibite c’erano quelle della birra Asahi che erano particolarissime. Le poverette vestite di rosa avevano un fustino di birra sulla schiena allacciato a mo’ di zaino. alla cintura da un lato cartucciera di bicchieri di carta grandi e dall’altra la pistola alla spina collegata allo zaino/fustino. Alle ginocchia indossano le ginocchiere che usano i giocatori di pallavolo. Sempre sorridenti, quando un cliente fa loro cenno gli si avvicinano, si mettono in ginocchio in modo da non disturbare la visione della partita, tirano fuori un bicchiere e lo riempiono con la pistola alla spina. Uno spettacolo!

Un infaticabile Asahi Beer Girl

L'Asahi Girl versa la birra con la sua pistola: durante il gioco stanno in ginocchio per non disturbare gli spettatori.

Lo stadio si riempie e non posso non notare che la percentuale di donne é notevolmente maggiore rispetto ad un qualsiasi stadio italiano segno che quando c’è cultura, rispetto e sopratutto assenza di violenza il pubblico femminile é interessato allo sport non meno di quello maschile. La mascotte della squadra fa il giro del campo salutando il pubblico e producendosi in acrobazie.

La partita comincia e l’amico di Miki arriva proprio durante le battute iniziali: é un signore sui 45 dall’aspetto simpatico, peccato il suo inglese non vada oltre i saluti. Il pubblico si dimostra subito molto caldo nell’incoraggiare i propri beniamini con cori, canti e sopratutto facendo un gran baccano con i bastoni di plastica cavi che qui vanno per la maggiore.

I Tigers hanno perso la prima partita contro i Giants due giorni fa e devono vincere questa e la prossima per passare al turno successivo. Se perdono oggi la stagione finisce qui per loro, hanno però il vantaggio di giocarle tutte in casa essendo giunti davanti ai Giants nella regular season. Da parte mia spero di vedere un match con molti punti visto che la prima é finita con un misero 0-1. La partita si mette subito bene per i Tigers che segnano prima un punto e poi realizzano un home run da 3 punti e si portano sul 4-0. I Tokyo Giants (sostenuti da alcuni rumorosissimi tifosi in trasferta) provano a rifarsi sotto segnando un paio di punti ma ne segnano un paio anche i Tigers; comunque i capitolini non si arrendono e riescono a rosicchiare un altro paio di punti.

Mi stupisco nel riuscire a seguire senza alcun problema la partita capendo ogni fase del gioco. Sarà merito di una gioventù spesa a guardare cartoni ed a leggere manga. La cosa interessante é che mentre io seguo diligentemente il gioco, la maggior parte dei presenti più che a guardare la partita pensa a far caciara e a gridare. La cosa é abbastanza ironica se si pensa all’abituale compostezza nipponica e forse proprio questo ne é il motivo: sempre a star zitti cercando di non disturbare, di non farsi notare; evidentemente vengono allo stadio proprio per sfogarsi e se si vince meglio, se si perde pazienza. Si arriva al 7º inning coi Tigers in vantaggio 6-4. Durante le partite ad Osaka c’é una simpatica abitudine: alla fine del 7º inning tutti i tifosi gonfiano un palloncino e poi lo lasciano partire all’unisono. Battono i Tigers, eliminati, alla battuta salgono i Giants. Il pubblico tira fuori i palloncini che tanto ‘ini non sono visto che sono tipo preservativo lungo un metro e comincia a gonfiarli. Praticamente non riesco a vedere il campo a causa della selva di palloncini che mi si para tutt’attorno ed é un peccato visto che il gioco é interessante. I Tigers eliminano i primi due battitori e ne manca solo uno perché finisca l’inning e parta il lancio di palloncini. Anche io ne gonfio uno di quelli che mi aveva regalato Miki e ne cedo uno al mio vicino che ne era sprovvisto. Intanto i Giants riescono a mandare in base 2 battitori e arriva in battuta l’asso (sud?)americano. Il pubblico é scocciato perché vuole il suo lancio di palloncini e i cattivoni continuano a giocare per fargli dispetto, poi all’improvviso SBRANGH! una mazzata mostruosa (che io non vedo visto l’occlusione di gomma che mi circonda) e l’asso dei Giants spedisce la palla quasi fuori dallo stadio: 3 punti, risultato ribaltato 6-7 e il pubblico rimane shockato a giudicare dagli EEEEHHH???? che si ripercuotono per tutto lo stadio quasi a dire: – Ma come? Non vale! Avevamo i palloncini in mano e non stavamo guardando! Non si fa mica così! Intanto però i Tigers sono sotto e rimangono solo 2 inning per recuperare.

I palloncini che mi ha regalato Miki: notare che sono dotati di fischietto cosi quando li lasci partono facendo un gran baccano.

Il campo di gioco occluso dalla gente in attesa del lancio palloncini.

Il lancio dei palloncini comunque viene effettuato anche se forse con meno entusiasmo a causa del risultato. Subito una selva di inservienti invade il campo per ripulirlo da tutti i palloncini alla velocità della luce (ach! che efficienza!) e poi la partita riprende. I Tigers c’é la mettono tutta per ribaltare il risultato ma nonostante lo sforzo e l’incoraggiamento del pubblico non riescono a smuovere il punteggio che finisce 6-7. I tifosi dei Giants sono in tripudio mentre i locali mestamente si allontanano senza far baccano: per loro la stagione e’ finita.

La partita é appena finita ed il pubblico accanto a me é visibilmente deluso

Mentre la folla si accalca verso le uscite rimango al mio posto a rimirare lo stadio che si svuota a scattare qualche foto. Il risultato mi ha immalinconito e non capisco il perché. Dopotutto non ho mai tifato per una squadra di baseball eppure l’epilogo mi ha lasciato um’pó così. Immagino i tifosi dei Giants stessero godendo come ricci in quel momento. Mentre scendo le scale delle gradinate fotografando scene di ordinaria sporcizia (allo stadio tutto il mondo é paese sembra) vedo che su una panca sono state lasciate 2 borse piene. Attorno non c’é nessuno: é evidente che sono state abbandonate e il mio istinto da coyote mi spinge a verificarne il contenuto; si rivelano piene di bastoni, ventagli, porta tessere e altri gadget vari tutti targati Tigers. Evidentemente finita la stagione dei tifosi hanno deciso di abbandonare tutta ‘sta chincaglieria ormai per loro indesiderata. Inutile dire che me approprio immantinente e stranamente mi torna il buon umore.

Il bottino da me recuperato.

Uscito dallo stadio decido di visitare il negozio ufficiale dell’impianto: tanto dopo una sconfitta a fine stagione non ci sarà nessuno mi dico: Col Cavolo! C’é una ressa allucinante. Evidentemente la sconfitta non ha minimamente scalfito l’amore dei tifosi verso la propria squadra.

Fra i soliti gadget che si vendono in negozio fanno capolino anche le Crocs con logo ufficiale dei Tigers.

Inoltre c'è anche il modellino ufficiale di Lamú che giustamente vista la divisa inneggia ai Tigers.

Mi compro un cappello ed un paio di t-shirt e poi anche io m’incammino tra la folla per prendere il treno per Osaka. Arrivato ad Umeda visito il Grande Magazzino che inizia direttamente nella stazione e visto che é quasi l’ora di chiusura approfitto degli sconti che fanno tutti i reparti alimentari per i cibi freschi nell’ora/mezz’ora che precede la chiusura. Oltre ad un bento decido di regalarmi um’po di “confort food” come dicono gli americani e giustamente scelgo 4 ciambelle di una nota pasticceria NewYorkese che ha una filiale nel negozio e che si riveleranno favolose.


Viaggio in Giappone 2010: Day 12 – Nara è sempre Nara

Sabato 16 ottobre

Giova & Miki tra l'orrenda mascotte della città: un Budda con le corna da cervo.

Oggi andiamo a Nara, piccola città (320.000 abitanti – non sembrava) ad un oretta scarsa di treno da Kyoto e Osaka che é stata capitale del Giappone dal 710 al 784 e che vanta un bellissimo complesso di templi buddisti splendidamente conservati che la rendono un autentica perla nel panorama nipponico e meta IRRINUNCIABILE per chiunque visita il paese per la prima volta.

Zibido - un pellegrino elemosinante - Giova

Arrivati a Nara vediamo che c’é parecchio movimento già di fronte la stazione, d’altronde é una bella giornata autunnale di sabato in una delle più frequentate mete turistiche giapponesi.

Vestigia di un mestiere ormai scomparso: un cantastorie marionettista di fronte la stazione.

Una delle particolarità di Nara é il fatto che da sempre tutta l’area attorno é considerata sacra come nell’isola di Miyajima (qui e qui ne ho già trattato) e per più di un millennio é stato proibito qualsiasi tipo di spargimento di sangue (umano e animale), ragion per cui qui vive una grossa comunità di cervi (considerati messaggeri divini dalla religione shintoista) che scorrazzano liberi per le strada senza manifestare alcun tipo di timore. Anzi i famelici cervi (autentici padroni della città) non perdono occasione per importunare con insistenza qualsiasi turista che abbia in mano qualcosa di apparentemente commestibile.

Un cartello avvisa che anche se mansueti i cervi non sono animali addomesticati.

Ovviamente le brave bestie godono della massima simpatia da parte dei turisti che fanno a gara per nutrirli. Il cibo preferito sono dei biscotti a base di erba e cellulosa che i locali vendono in giro per la città come in piazza San Marco a Venezia si vende il granturco per i piccioni. La cosa interessante é che sia i cervi che i piccioni non si avvicinano ai banchetti dei venditori (che evidentemente hanno insegnato loro che aggratis non danno niente) mentre i malcapitati turisti vengono letteralmente presi d’assalto: ricordo che la prima volta che son venuto a Nara nel gennaio del 2007 appena presi i biscotti fui circondato da 4 cervi e non riuscendo ad imboccarli tutti con la celerità da loro pretesa uno comincio a mordermi i bottoni del capotto.

Per strada Gianluca vede una tradizionale venditrice di patate dolci e decide di farsi uno spuntino visto l’ottimo (per il Giappone) prezzo (¥200). Peccato il prezzo per una volta non fosse al pezzo ma all’etto (era pure chiaramente scritto su un cartello a cui il nostro non fa caso) e che la patata finisce per costargli più di € 7 tra le nostre risate di scherno nonostante lui cerchi di nascondere lo shock.

Gianluca si fa spennare per una patata

La nostra destinazione é il Todai-ji (東大寺, letteralmente Grande tempio orientale) uno dei più celebri in Giappone a causa della grandezza (e’ il più grande edificio in legno del mondo) e dell’enorme statua di bronzo di Buddha (conosciuta semplicemente come Daibutsu; lett. Grande Buddha) alta la bellezza di 15 metri; la sua costruzione mando quasi in bancarotta il Giappone consumandone quasi interamente le riserve di bronzo.

La lunga coda per entrare nel tempio

Personalmente lo trovo un posto grandioso che merita assolutamente la visita: da solo vale il viaggio fino a Nara. Scopro che al tempio abbiamo appuntamento con un venerabile abate buddista amico di Miki e sua moglie che ci accompagneranno nel nostro giro. Davanti al tempio vista la bella giornata ed il fatto che é sabato c’è una fila notevole ma grazie all’abate entriamo da un entrata secondaria destinata ai gruppi senza fare la coda e senza pagare il biglietto d’ingresso.

Purtroppo é in preparazione qualche tipo di concerto di fronte al tempio che di conseguenza é addobbato frontalmente con enormi strisce di stoffa colorata e varie apparecchiature audio video ed erano disposte una grande quantità di sedie.

Nara - Todai-ji

Il tempio preparato per qualche concerto con dei festoni che ne deturpano la bellezza.

Ne conseguiva che la bellezza del tempio ne era notevolmente danneggiata e a causa delle apparecchiature non  si riusciva neanche a stare di fronte al Buddha Gigante per fare una foto centrale; se avessi pagato il biglietto d’ingresso avrei preteso un rimborso parziale.

Una delle colonne portanti nella Great Buddha Hall ha un foro nel mezzo e si dice che sia della stessa grandezza delle narici del Daibutsu… I visitatori cercano di passarvi nel mezzo perché la leggenda dice che chi riuscirà ad attraversare il foro sarà benedetto con l’illuminazione nella vita futura. I bambini possono passare senza problemi, ma per i grandi (anche quelli rachitici) é impresa impossibile. Ho chiesto al venerabile abate come sia nata la cosa ma mi ha risposto che é una bischerata che non ha niente a che fare col buddismo o lo shintoismo. A volte certe sciocche superstizioni nascono da uno scherzo o da un nonnulla e non si sa perché o come si radicano nella coscienza collettiva.

Una bambina in attesa di passare attraverso la colonna in questione.

Circondati dagli onnipresenti cervi lasciamo il Todai-ji per dirigerci verso le alture circostanti dove ci sono altri templi e monumenti interessanti.

Il nostro gruppo assieme ad abate e signora.

Mentre la moglie dell’abate sta scattando una foto al nostro gruppo viene proditoriamente assalita da un cervo che si avventa famelicamente  su una borsa di carta che le sta al braccio e che l’ingordo quadrupede inizia a divorare. Scopriremo poi che nella borsa erano rimasti dei resti di biscotti da cervo; evidentemente l’odore aveva attratto la brava bestia che di bocca buona non faceva grosse distinzioni tra biscotti o carta.

Battaglia tra abatessa e cervo miscredente.

Lasciato l’abate continuiamo a gironzolare l’area che é piacevolissima con tutto quel verde, quei templi, quelle pagode e quei cervi.

Tornando verso la stazione ci fermiamo al tempio Kokufuji che é un complesso di diversi edifici e vanta la seconda pagoda più alta del Giappone.

Al tramonto riprendiamo il treno per tornare ad Osaka. In carrozza Gianluca e Zibido si camuffano da locali e si addormentano come bravi salarymen giapponesi noi altri non resistiamo e cosi anche Marco e Giova si mettono in posa per questa foto che fa tanto Giappone.

Il riposo dei Guerrieri. Indovinate chi sono i due che dormono veramente e i due che fanno finta.

Gianluca poi vorrebbe terminare la serata con una tipica perversione giapponese andando in certi localacci dove si paga per mettere la testa in grembo ad una simil geisha e questa con dei cotton fioc giganti ti pulisce le orecchie. Sono sicuro per la cultura orientale la cosa costituisce il massimo della sensualita ma a noi la cosa convince poco e il povero sposino deve desistere. Certo meritiamo un premio da parte della sposina per aver impedito che subisse un tradimento tanto avvilente.

Cartellone pubblicitario che reclamizza uno di questi sedicenti bordelli per cavità auricolari.


Viaggio in Giappone 2010: Day 11 – Lo Spa World di Osaka: ovvero la seconda cosa più divertente che potete fare nudi ad Osaka

Venerdì 15 ottobre

Oggi dovevamo andare a Nara ma Giova non si sente bene e decide di restare in ostello. Visto che Nara è una meta particolarmente bella e che vogliamo venga anche lui decidiamo di fare qualcos’altro.

In metró facendo finta di fotografare Marco e Zibi colgo lo splendido personaggio a fianco.

Dopo varie discussioni decidiamo di andare a SPA WORLD un grande bagno pubblico che riunisce al proprio interno un gran numero di bagni termali nelle fogge e stili più diversi (http://www.spaworld.co.jp/english/service.html).

SPA WORLD ha due stili di bagni termali: quelli orientali e quelli occidentali.  Questi si trovano su due piani diversi all’interno del grosso edificio e a mesi alterni ognuno di questi è riservato o alle sole donne o ai soli uomini. La zona asiatica è riservata agli uomini nei mesi dispari e alle donne nei mesi pari; viceversa la zona occidentale è riservata alle donne nei mesi dispari e agli uomini nei mesi pari. Noi che siamo occidentali speravamo ovviamente di beccare la zona asiatica ma il destino cinico e baro ha voluto altrimenti.

Il prezzo è di 2.400 yen per 3 ore o 2.700 per tutto il giorno (dalle 10 alle 24),   chi vuole stare oltre la mezzanotte paga un supplemento di 1.000 yen. Una volta tanto ci aspetta una piacevole sorpresa: quando andiamo alla cassa per pagare scopriamo che fino a fine anno si paga la cifra promozionale di soli 1.000 yen al giorno, la cosa ci mette di buon umore. Guardando in internet mi sembra di capire che fanno spesso queste promozioni ed inoltre sul loro sito offrono un coupon che dovete stampare e che dà diritto a 700 yen di sconto quando non è in corso qualche altra promozione.

Una volta entrati si paga il biglietto d’ingresso, si depositano le scarpe in un apposito cassetto e si sale mediante ascensore al piano riservato quel mese al proprio genere.  Li ci sono degli armadietti dove si lasciano i propri vestiti (la chiave è attaccata ad un bracciale che indossate e col quale fate il bagno). Si prende un asciugamanino che basta appena ad asciugarsi il viso e ci si incammina ignudi come vermi (i costumi da bagno sono considerati cosa sporca nella cultura giapponese ed in quanto tali sono banditi in praticamente tutte le onsen e sento). Davanti all’entrata vera e propria delle vasche termali c’è una cassa alle quale vi danno un braccialetto che serve ad usufruire di tutti i servizi a pagamento all’interno dove ovviamente portarsi i soldi è impossibile. All’interno infatti ci sono bar, massaggiatrici e un certo numero di distributori di bibite e tutte le spese fatte vengono registrate sul vostro braccialetto. Se perdete il braccialetto si paga una cifra assai salata. Dopo la cassa c’è una zona relax dove ci sono poltrone massaggianti, distributori ed una grande zona “trucco” dove chi ha finito può sedersi davanti ad uno specchio, usare gli asciugacapelli, pettinarsi con pettini e spazzole ed usufruire di tutte le lozioni per viso, barba e capelli che sono una moltitudine ed il tutto è a disposizione gratuitamente. Oltre a questa zona si entra nella zona “decontaminazione” dove ci si lava per poi entrare nelle vere e proprie vasche termali che nel nostro caso sono in tutte in stile greco-romano.

C’è l’Antica Roma, l’Antica Grecia, Mar Mediterraneo, Grotta Azzurra ( ispirata a quella di Capri), Spagna, Atlantide e la sauna Finlandese.

Per i fortunati che capitano nel mese giusto ci sono poi quelle in stile Orientale: Islam, Persia, Bali, tutta in Cipresso e due tipi di bagni tradizionali Giapponesi all’aperto: Yamazato-no Yu e Keiryu-no Yu.

Ci facciamo um’pò tutte le vasche stando qui di più e là di meno, ognuno a secondo dei propri gusti e del proprio grado di sopportazione. Io mediamente nelle vasche non duro più di 5 minuti nelle saune finlandesi invece resisto 45 secondi scarsi mentre ci sono dei vecchi che dentro ci fanno ginnastica guardando la TV (tutte le saune ne hanno una per distrarre gli ospiti che altrimenti potrebbero chiedersi perché diavolo pagano per farsi infilare in un forno gigante nudi come vermi).

Stanco della calura decido di provare la piscina all’ultimo piano, così torno alla cassa ed affitto un costume da bagno (per fortuna ci sono anche taglie per grossi occidentali) per poi prendere l’ascensore e salire all’ultimo piano.

La piscina (coperta) non è una di quelle classiche, sembra più un acquapark visto che ci sono 3 scivoli  a spirali varie, l’acqua è calda ed ha una profondità costante che mi arriva a metà petto; difficile nuotarci, infatti la poca gente presente (siamo  ad ottobre in un giorno lavorativo che diamine!) ci passeggia dentro ma non vedo nessuno nuotare. Ci sono anche delle terrazze esterne con un paio di vasche idromassaggio: al momento proprio di fronte stanno demolendo l’edificio adiacente che sembra essere stato una specie di centro commerciale/parco tematico e noi in costume da bagno ci godiamo lo spettacolo.

Per usare gli scivoli bisogna usare delle grosse ciambelle gonfiabili: si salgono le scale con la ciambella, ci si siede nel buco e ci si lancia; ci sono anche ciambelle per due o tre persone. L’uso delle ciambelle é a pagamento, volendo si può fare l’abbonamento senza limiti al costo di tre scivolate. Facciamo tutti l’abbonamento e cominciamo un forsennato tour de force: sali le scale, lanciati sullo scivolo, inabissati nella piscina, lascia all’addetto in acqua il ciambellone, esci dalla piscina, prendi un altro ciambellone e risali le scale. Un ora di questa attività e siamo sfiniti.  Una disgustosa bibita isotonica da un distributore e poi alcuni decidono di scendere a fare un un ultimo bagno, io scendo a fare un ultima doccia visto che ne ho abbastanza. Poi entro nella “sala trucco” dove provo i vari cosmetici, poi trovo un distributore vintage di coca cola in bottiglia di vetro che come gli intenditori sanno é il santo graal delle bibite: deliziosa! Intanto Zibido e Marco si sono spaparanzati su delle poltrone massaggianti a pagamento e schiodarli é impresa ardua.

Oresama, Gianluca e Marco.

Usciamo e ci avvediamo che il sole sta già tramontando. Facciamo un paio di foto con la fontana davanti la spa e poi decidiamo di cercare da mangiare visto che non abbiamo pranzato e stiamo morendo di fame.

Insegna gigante di ristorante di pesce palla sopra la nostra

Cominciamo ad esplorare la zona. Capitiamo in una simpatica zona commerciale carina ma con un grave difetto: tutti i ristoranti sono specializzati o nel “Fugu”, il pesce palla (costoso e velenoso) o in certi spiedini impannati che bisogna friggersi da se in un pentolino pieno d’olio bollente messo a centro tavola che non ci sembrano cosi invitanti. Incredibilmente non riusciamo a trovare nessun altro tipo di cucina disponibile.

I ristoranti di Fugu non vogliono correre il rischio di passare inosservati

In compenso cercando i ragazzi si infilano in una sala giochi old style con alcuni classici e tra vanterie e rodomontate su quanto eran bravi a ‘sto gioco e a quello cominciano a sfidarsi a Street Fighter II ripetutamente, mentre stiamo letteralmente morendo di fame (sopratutto il sottoscritto) visto che non si era pranzato ed io non mangiavo dalla sera prima. Lascio gli altri a scannarsi per esplorare la strada e vedere se trovo un posto per mangiare ma tutti i locali stanno chiudendo cosi torno nella sala giochi e con minacce e intimidazioni riesco in una decina di minuti a tirarli fuori.

Tornando verso il metrò per una strada parallela vediamo un posto che fa ramen, gyoza e riso fritto e ci fiondiamo dentro. Il locale non é grandissimo e consta di un isola centrale dove tre tizi cucinano con un bancone che gira attorno all’isola e dove ci si siede su degli sgabelli tipo bar; tavoli non c’é ne sono. Il posto é frequentato da operai e gente non troppa danarosa, vedo un paio di studenti universitari che aspettano in piedi un ordinazione take away; si respira insomma un aria proletaria ma genuina che mi piace molto. Riusciamo a sederci anche se non tutti assieme ma un paio di clienti si offrono gentilmente di scambiarci i posti per farci stare insieme. Ordino gyoza e ramen e anche Gianluca riesce a sfamarsi con un riso fritto vegetariano. Rifocillati torniamo all’ostello da Giova che con la sua amica Miki ci vogliono portare in un locale che ci piacerà certamente.  Noi siam sazi ma possiamo limitarci a bere e spiluccare qualcosa; finiamo fatalità in un locale di spiedini impannati da friggere:  opporsi al destino é azion vana, ohi-noi!


Viaggio in Giappone 2010: Day 10 – Il teatro Takarazuka

Giovedì 14 ottobre

Oggi si prospetta una giornata particolarmente interessante visto che mi recherò prima a vedere finalmente una rappresentazione del teatro Takarazuka proprio nella città di Takarazuka e dopo lo spettacolo ho appuntamento con il famoso blogger “Luca di Osaka”.

Visto che molti non sapranno che cos’è il Takarazuka accludo qui sotto l’articolo di Cristiano Suriani di TuttoGiappone.net. Secondo me é la spiegazione più esauriente presente in rete in lingua italiana.

La prima volta che andai in Giappone, nel 2001, venni ospitato dalla mia futura moglie che, a quel tempo, abitava a Takarazuka, una delle tante cittadine che fanno parte dell’agglomerato urbano di Osaka. Takarazuka, abitata da più di 200.000 anime, è famosa soprattutto per essere la sede dell’omonima compagnia teatrale: Takarazuka Kagekidan.
Il teatro Takarazuka ha una particolarità che lo contraddistingue dagli altri tipi di teatro giapponese; infatti è composto da sole donne e anche i ruoli maschili sono interpretati da attrici. In questo si contrappone al teatro Kabuchi, tipo di teatro più complesso e ricco di tradizione, che è composto da soli uomini.
La nascita di questa compagnia teatrale, è piuttosto singolare.
Nel 1913 Takarazuka rappresentava il punto terminale della linea ferroviaria e l’allora presidente della società “Hankyu Railways”, Ichizo Kobayashi , [imprenditore di grande genio responsabile anche dell’introduzione del riso al curry in Giappone n.d. Ivan] volendo pubblicizzare la ferrovia, ebbe l’idea di attirare la clientela mettendo in scena delle rappresentazioni di musical occidentali usando solo giovani donne non ancora sposate. [Il motto del Takarazuka infatti è fin da allora: ”Kiyoku tadashiku utsukushiku”, che tradotto vuol dire: “Sii pura, onesta e bella” n.d.Ivan]
Il successo fu immediato e nel 1924 il gruppo ebbe un teatro tutto suo dove mettere in scena i suoi spettacoli. Nel 1938, per la prima volta, intraprese una tournée all’estero che le permise di riscuotere successo in Europa, negli Stati Uniti, in Canada e in Cina.
Il teatro Takarazuka è un tipo di teatro leggero, popolare; il suo repertorio spazia dai grandi musical americani (West Side Story, Gone with the Wind, Singin’ in the Rain, Oklahoma, ecc.) a trasposizioni teatrali di classici della letteratura (Cime tempestose di Emily Bronte, Guerra e Pace di Tolstoj, Arco di Trionfo di E. M. Remarque, ecc.), da biografie di personaggi famosi (Dean, sulla vita di James Dean) a rappresentazioni tratte dalla storia del Giappone.
Nel 1974 ci fu la prima rappresentazione del suo successo più grande e che le diede molta fortuna, non solo in patria, ma anche all’estero: Berusaiyu no Bara (“La Rosa di Versailles”) tratto dal manga di Ryoko Ikeda.
L’opera, rappresentata dalla Compagnia in Francia nel 1989 in occasione del bicentenario della rivoluzione, riscosse un grande successo di pubblico e di critica. [Infatti nel 1979 la TMS decise di trasporre in animazione il Manga di Lady Oscar proprio grazie al successo delle rappresentazioni teatrali n.d.Ivan]
Raccontare il meccanismo di funzionamento del teatro Takarazuka, è un po’ complesso, vedo di provarci.
Tutte le attrici sono divise in due categorie principali: quelle che interpretano ruoli maschili, che prendono il nome di otokoyaku e quelle specializzate in ruoli femminili, musumeyaku.
Per entrare a far parte della compagnia, la selezione è durissima e solo 40-50 ragazze, dai 15 ai 18 anni, su un migliaio di candidate, riescono ogni anno ad entrare nella scuola di preparazione. All’accademia, le ragazze ricevono lezioni di: canto, danza antica e moderna, teoria del teatro, recitazione, storia della musica, ecc. Nel collegio le ragazze devono anche provvedere alle pulizie (non sono ammessi aspirapolveri), modo questo per plasmare il carattere e la resistenza alla fatica.
Dopo 1 anno di dura educazione verrà deciso, per ogni studente, se diventerà otokoyaku o musumeyaku. Da li in poi riceverà un’educazione specifica per quel tipo di ruolo.
Alla fine della preparazione ogni studente verrà aggregato ad uno delle cinque troupe che compongono la compagnia.
Le troupe, o squadre, sono cinque, ognuna con la sua specializzazioni e le sue Top Star, una otokoyaku e una musumeyaku.
Fiore (Hana) = i componenti di questa troupe sono specializzati nella danza
Luna (Tsuki) = specializzata nella recitazione
Neve (Yuki) = i cui membri eccellono nell’arte del canto
Stella (Hoshi) = specializzata nelle rappresentazioni tradizionali
Cosmo (Sora) = l’ultima arrivata, come anno di costituzione, e dedita alle sperimentazioni
C’è poi un’altra troupe, Senka, che è un po’ particolare in quanto qui confluiscono le attrici “anziane”, cioè con più di 40 anni e che ancora non vogliono ritirarsi. Questa troupe ha la funzione di serbatoio dalla quale le altre troupe attingono per le loro esigenze momentanee.
Ogni attrice, a meno che non ne faccia richiesta, rimane sempre nella stessa troupe. Le troupe sono composte da circa 80 attrici ciascuna e al loro interno le attrici devono rispettare una rigida gerarchia dovuta all’anzianità di lavoro. L’attrice più anziana deve essere rispettata da quelle più giovani e a lei sono riservati i ruoli più importanti.
Però, per diventare Top Star, un’attrice deve avere, oltre ad una lunga esperienza, anche determinate qualità che le permettano di svettare sulle altre.
Il successo di un spettacolo, poi, è anche raggiunto grazie al feeling che si instaura tra l’otokoyaku e il musumeyaku e il pubblico si accorge se questo feeling, tra le due Top Star, manca.
Ogni troupe è chiamata a preparare 3 spettacoli ogni anno: 2 al Grand Teatro di Takarazuka e 1 al Teatro Takarazuka di Tokyo. Oltre a queste produzioni, ogni anno, sono previsti impegni in varie località del paese e, a volte, anche tourneè all’estero.
Spesso capita che lo stesso spettacolo venga prodotto da una troupe e poi, l’anno successivo, da un’altra troupe che cercherà di impostare la rappresentazione secondo le sue caratteristiche.
Nel 2001 ebbi la fortuna di assistere ad uno spettacolo al Gran Teatro di Takarazuka. Lo spettacolo era diviso in due rappresentazioni, ognuna della durata di circa un’ora. La prima era “Michelangelo !”, basato sulla vita del nostro Michelangelo Buonarroti e la seconda era un classico numero di rivista con canti, balli e scenografie roboanti.
Era tutto molto interessante; il pubblico era completamente femminile e, essendo l’unico uomo, e per di più straniero, mi sentivo un po’ in imbarazzo…..mi avranno preso per un giornalista americano. :-) )
D’altro canto questo genere di spettacolo è fatto apposta per attirare il pubblico giovane e femminile: storie romantiche o strappalacrime, canti e balli.
C’è da dire anche che non è un teatro, come si potrebbe pensare, di basso livello, anzi; gli spettacoli sono molti ben curati e i costumi davvero ben fatti. Le attrici, per poter lavorare con le varie troupe, ricevono una educazione artistica tra le migliori in Giappone, tantevvero che, una volta lasciata la Compagnia, trovano facilmente lavoro come scenografe o come attrici di cinema o di televisione.
Il teatro Takarazuka probabilmente non è al livello culturale del teatro Kabuchi o del teatro Noh, ma è sicuramente più vicino ai gusti dello spettatore medio. [Diciamocelo Kabuki e Noh sono preferibili a un calcio negli zibidei, ma non di molto, mentre il Takarazuka  é una godibilissima forma di intrattenimento contemporaneo che mi sento di consigliare a tutti almeno una volta. L'unica volta a cui ho assistito ad una rappresentazione di Noh sono scappato dopo un quarto d'ora memore del motto: La vita é breve, non sprecatela! n.d.Ivan]

Il link diretto all’articolo di Cristiano (http://tuttogiappone.myblog.it/archive/2009/04/06/il-teatro-takarazuka-l-articolo.html) nel suo vecchio sito e il link del suo sito attuale (http://www.tuttogiappone.net/).

Non conoscendo il posto anche se il mio spettacolo inizia verso le tre del pomeriggio, decido di partire verso mezzogiorno per arrivare ben in anticipo e non rischiare di perdermi e perdere una parte dello spettacolo: in Giappone non bisogna mai dare per scontato niente soprattutto quando ci si reca in una località nuova e sconosciuta.

Arrivato alla fermata JR mi accorgo che questa è una stazione di termine (i binari finiscono lì) molto più curata del solito, tutta coperta (come Milano Centrale) con dentro un bel supermercato/centro commerciale proprio di fronte ai cancelli d’entrata dove mi fermo per mangiare un bagel acquistato in una delle pasticcerie interne. Dalla stazione JR si imbocca un ponte di una trentina di metri che porta alla stazione privata Hankyu anche questa bella e ben curata straboccante di negozi molti dei quali espongono in vetrina locandine di spettacoli del Teatro.  Nella stazione per fortuna c’è una mappa gigante del centro che indica sia il Teatro che il Museo di Osamu Tezuka che non sembrano troppo lontani (e infatti non lo sono: dieci minuti a piedi per arrivare al Teatro, cinque in più per il museo).

All’uscita della stazione ci si trova subito all’imbocco di Hana no Michi (Viale dei Fiori) una bella via pedonale circoscritta da alberi di ciliegio da entrambi i lati che immagino sia veramente spettacolare durante la fioritura di primavera. Imboccandola si arriva al Grand Theatre in meno di 10 minuti. E’ una passeggiata piacevolissima visto il paesaggio inconsulto. Passeggiare in mezzo al verde é piacevolissimo dopo tanto cemento ed inoltre intorno é pieno di costruzioni e negozi più graziosi di quanto non ci abitui il tipico paesaggio cittadino nipponico . Più che la mano di un architetto mi sembra che qui ci abbia messo mano un urbanista, quasi sicuramente donna visto la vezzosità di certe soluzioni. In giro gli unici uomini che si vedono sono anziani sicuramente in pensione, per il resto solo donne, sole o accompagnate da bambini piccoli. I bimbi più grandi immagino siano a scuola mente gli uomini saranno a Osaka a “faticare” come dicono a Napoli. Si potrebbe definirla una città dormitorio immagino ma visto quanto é graziosa (almeno nella parte da me visitata) non dovete pensare a questa definizione con connotazioni negative, anzi, avercene… In realtà visto la  proporzione femminile/maschile che si incontra per strada e le decorazioni di strade e negozi credo che la definizione giusta sia “la Città delle Donne”.

Arrivato davanti al Teatro visto che é presto non entro ma proseguo per il Viale dei Fiori per vedere dove e come va a finire e vengo ricompensato dalla scoperta di alcune statue di bronzo rappresentanti alcuni dei personaggi di maggior successo del Takarazuka tra le quali non manca ovviamente la statua di Oscar e André; il viale comunque finisce poco dopo il teatro. Faccio qualche foto dell’edificio del teatro che é abbastanza imponente e poi entro dentro.

Ovviamente siamo in Giappone e quindi si nota subito che nulla é lasciato al caso pur di spennare gli avventori.

Nei teatri nostrani ci si va esclusivamente per assistere allo spettacolo, qui invece é tutto studiato perfettamente per offrire al cliente locali per mangiare, bar dove sedersi a bere e chiacchierare, negozi di vestiti e cosmesi e sopratutto un paio di enormi negozi pieni di gadget, merchandising, dvd, cd riguardante esclusivamente il Teatro Takarazuka e le sue artiste. E sopratutto questi ultimi sono letteralmente gremiti di donne di mezza età che fanno la coda alle casse con in mano poster, calendari e cazzabubbole da attaccare al cellulare delle loro eroine preferite.

La loro vista é abbastanza sconcertate. Donne di quell’età a comportarsi come adolescenti…sono veramente ridicole. Ne ho viste anche alcune, cinquantenni, che aspettavano davanti all’entrata degli artisti per salutare le proprie beniamine e farsi fare l’autografo. Ora capisco perché quando ho chiesto ad un amica giapponese se voleva accompagnarmi questa mi ha risposto: “il Takarazuka mi fa orrore ed è uno spettacolo per donne di mezza età otaku“. Sulle otaku di mezza età aveva ragione, speriamo si sbagli sullo spettacolo. Comunque il tutto é molto affascinante da osservare.

C'é anche un negozio dove affittano i costumi dei personaggi piú popolari e vi fanno pure una sessione fotografica; volete vestirvi da Oscar o Maria Antonietta? Non c'é problema!

Decido di mangiare qualcosa al ristorante ed essendo tutto in Giapponese ordino senza saperlo degli spaghetti Chan-poo che per di più si rivelano migliori di quelli mangiati a Nagasaki. Faccio un giro nei negozi e mi faccio spennare piu di 2.000 yen in cartoline e cartellette di Lady Oscar :-(

Il Takarazuka Revue Post Office nel quale ho comprato un sacco di gadget di Lady Oscar; notare che vendono anche la borsa di Nodame Cantabile

Poi esce la folla dello spettacolo precedente e tocca a noi entrare. Ovviamente il biglietto é in giapponese e non capisco dove devo andare ma é pieno di inservienti e mi faccio accompagnare da una di queste al mio posto. Dicevano che sono spettacoli per sole donne ma in realtà qualche uomo c’è; proporzione 85%-15% direi, più o meno come un qualsiasi concerto della Pausini. :-)

Ma veniamo allo spettacolo di oggi. Da quel che ho capito di solito il Takarazuka propone sempre una parte di spettacolo di canti e balli stile rivista musicale anni 40′ senza trama e il piatto forte che consiste in qualche opera con trama articolata tratta da qualche libro, film, fumetto o altro trasformata in musical. Lo spettacolo in programma é: Takarazuka Hana no Odori Emaki / An Officer and a Gentleman ovvero “il rotolo illustrato della danza dei fiori” che é lo spettacolo di danza e musiche e la trasposizione del noto film del 83′ con Richard Gere “Ufficiale e Gentiluomo“.

La locandina dello spettacolo

Inizia la rivista musicale e non credo di avere parole per descriverla: c’è un tale sfarzo nei costumi tradizionali giapponesi…indescrivibili nei loro mirabolanti colori, un numero di ballerine che a volte supera le 50 unità sul palcoscenico, anche le scenografie sono grandiose, il palco é meccanizzato e permette alcuni trucchi ottici. Le ballerine poi cambiano spesso costumi a volte a velocità veramente fulminate. Ci sono perfino i ninja. Che dire? Brave, BRave, BRAVE! E’ tutto veramente grandioso. L’unica nota stonata é che avendo preso un posto economico sono um’pó lontano dal palco e non posso apprezzare a pieno la bellezza dei costumi. Mi viene da domandarmi visto il numero spropositato di ballerine e lo sfarzo dei loro costumi se il prezzo del biglietto che pagano gli spettatori bastino a coprire i costi; francamente ne dubito.

Il mini trailer dello spettacolo che purtroppo non rende giustizia allo spettacolo. Se non riuscite a vederlo premete qui!

La rivista musicale dura 45 minuti circa, poi si fa una pausa di un quarto d’ora. Appena inizia la pausa la sala si svuota mentre si forma un ordinata coda per entrare in bagno. Chi non soffre di vescica debole invece si precipita verso uno dei numerosi distributori di bibite o uno dei chioschetti di dolciumi che si trovano appena fuori la sala teatrale. Mi bevo anche io una cosa e poi rientro.

La fila in cui sono seduto é piena mentre ho notato che le 4 file di fronte a noi sono vuote. Visto che sono nello stesso settore di prezzo del mio posto mi siedo 4 file più avanti per vedere um’pó meglio, anche qualche altro spettatore l’ha fatto. Inizia lo spettacolo e dopo 5 minuti una maschera cretina con una mini torcia elettrica mi si avvicina gattoni piegata a 90 e mi chiede qualcosa in ostrogoto. Io ovviamente non lo parlo e ribatto con un bel “wakarimasen“. Questa mi risponde “Ticketto!” e presomi per la collottola mi riporta al mio posto costringendomi a disturbare metà fila per tornare alla poltrona a me assegnata. Dico io, ma quanto siete stronzi in una scala da 1 a 10? Almeno un 9 ve lo meritate tutto. Mi sono spostato in un posto del mio stesso settore, avente lo stesso prezzo del mio biglietto (lo so perché quando ho comprato il biglietto mi hanno fatto vedere la mappa dei posti disponibili del teatro), quando viaggi in aereo é prassi comune, perfino sulle compagnie giapponesi. In teatro no! Stai punito nel posto a te assegnato e muto! Stronzaggine “nove”, buon senso “zero”.

Mi guardo il musical (due ore circa) che riesco a seguire benissimo visto che pur avendo visto il film parecchi anni fa me lo ricordo bene, più di quanto non credessi.  Opera piacevole ben cantata e ballata che non regge il confronto con l’eccezionale spettacolo di danza che lo aveva preceduto ma che mi lascia comunque una buona impressione. Lo spettacolo per quanto mi riguarda é promosso e se non fosse stato per l’inserviente troppo zelante avrei definito il tutto perfetto.

Esco e riconosco subito Luca, siamo tra i pochi maschi i soli occidentali. Luca ha quello che é probabilmente il miglior blog sul Giappone: GiappoPazzie. Non il solito blog da cartolina scritto da un innamorato del Giappone ma un sito che racconta come le cose funzionano nel Paese del Sollevante, nel bene e nel male.

Luca é un autentico oracolo riguardo il Giappone e con lui trascorriamo una bella serata in un rinomato ristorante italiano a Kobe in compagnia di un altro paio di compaesani (insegnati di italiano con le mani sporche di marmellata) e una loro amica locale. Cena piacevolissima durante la quale oltre ad innumerevoli dritte sul Giappone mi viene svelato anche il terzo segreto di Fatima, di più non dirò.

Con Luca ci mettiamo d’accordo per rivederci ancora la settimana seguente visto che é cosi buono da accettare di dare un occhiata al mio vecchio portatile preso in Giappone nel 2007 e che ormai fa le bizze.

WORK IN PROGRESS


Viaggio in Giappone 2010: Day 9 – Bucato e visita all’acquario di Osaka

Mercoledì 13 ottobre

Oggi ci alza tardi. Abbiamo appuntamento con gli altri alle 11.00 in stazione ed é un bene visto che l’ultima settimana ho sempre dormito poco ed ho l’aspetto di un panda con le occhiaie che mi ritrovo.

Alle 11.00 bene o male ci troviamo in stazione: - E’ già mezz’ora che vi aspetto! – Siete sempre in ritardo! – Io ho fame! – Facciamo colazione? – Io l’ho già fatta all’alba. – Tanto vale pranzare vista l’ora. – Bene ragazzi, dove andiamo e cosa facciamo di bello oggi? Boh? Andiamo di qui. No andiamo di lì.   Da domani ci dobbiamo alzare prima! La mattinata insomma inizia con una bella cacciara.

Zibido: - Aspettate un momento, non possiamo andare da nessuna parte!

Noi: - Perché?

Zibido: - Devo finire di fare il bucato.

Noi: - Prego????

Zibido: - Vicino al nostro ostello c’è una lavanderia a gettoni e sto facendo una lavatrice!

Noi: – Ma se siete arrivati ieri, di che diavolo state parlando?

Zibido e Giova: - Raga, abbiamo sudato da bestie durante il volo e quindi abbiamo fatto il bucato. Ormai é fatta. Tra 20 min. la lavatrice finisce.

Per motivi di buon gusto censuro gli impropri che rovesciamo sulle due improbabili lavandaie che ci tocca comunque assecondare. Ci rechiamo quindi alla lavanderia dove dopo il bucato bisogna fare anche l’asciugatura che sono altri 10 minuti minimo e poi portare il tutto in ostello.  Approfitto di questo tempo per descrivere i miei compagni di viaggio.

Da sinistra: Zibido, Marco, Ore-sama, Gianluca e Giova

Gianluca: lo sposo. Sposato con Wakako, siamo qui grazie a lui. E’ l’unico di noi che parla giapponese. Persona di buon cuore ha due gravissimi difetti: 1) un distorto senso dell’umorismo che non fa ridere; 2) é vegetariano (cosa che ci creerà non pochi problemi durante la scelta dei posti per mangiare). Ha fatto diversi viaggi in Giappone ma non lo ama particolarmente visto che é un paese impossibile per i vegetariani e ci fa sempre la fame. Ha visitato più o meno tutti i posti di interesse turistico quindi si adatta sempre ai desideri turistici degli altri.

Gianluca finge pudore.

Giova: il cuoco. E’ stato in Giappone un paio di volte. Due lustri fa, grazie a Gianluca, ha lavorato in un ristorante italiano ad Osaka per 3 mesi. Per lui fu una pacchia. Lo tenevano come cuoco di rappresentanza per farsi belli coi clienti e non li facevano cucinare un tubo. 3 mesi di vacanza spesata che non ha mai scordato. E’ un tipo umorale ma simpatico. Non fate mai l’errore di sedere ad un tavolo da poker con lui. Non gli piacciono le verdure quindi non provate a fargliele mangiare, se no sono guai. Alloggia nell’ostello penitenziario di Shin Osaka.

Giova di buon umore, evidentemente nessuno l'ha obbligato a mangiare le verdure.

Zibido: la bella lavandaia. Un uomo da sposare donne, sopratutto se odiate fare il bucato. Una delle persone più buone e pazienti che ho mai conosciuto. Anche lui é stato in Giappone un paio di volte (in compagnia di Giova). Ha una passione smodata per la birra per la quale investirà buona parte del suo budget di viaggio. Ha una passione ancor più smodata per le lavatrici a gettone per le quali investirà un altra consistente fetta del suo budget di viaggio. L’unico termine giapponese che conosce é “Love Hotel?” di cui fa gran sfoggio in discoteca. Alloggia con Giova nell’ostello penitenziario di Shin Osaka.

Zibido in una delle rare volte che non porta una maglietta del Milan.

Marco: il burbero. Gestisce bar in discoteche e locali notturni a Milano fatto per cui veste solo t-shirt nere sponsorizzate da bevande alcoliche.  E’ un tipo che ama lamentarsi (spesso non a torto visto la compagnia). E’ l’unico che non è mai stato in Giappone prima e risente abbastanza dello shock culturale non essendo mai stato appassionato del Sol Levante. Scoprirà che tutto sommato il Giappone non è un paese che gli va tanto a genio come non gli va tanto a genio la cucina nipponica.

Marco guardingo: - ma sarà commestibile 'sta roba?

Una volta finito col bucato decidiamo che il miglior modo per impiegare il resto della giornata (è mezzogiorno passato!) è visitare il famoso acquario di Osaka. Alla biglietteria del metro ci fanno sapere che c’è una card speciale che offre l’ingresso all’acquario e da inoltre diritto ad usare per tutto il giorno la rete del trasporto metropolitano: conviene, quindi alcuni di noi la prendono; assieme a questa è allegata anche una cartolina e un autentica piuma di uno dei pinguini dell’acquario.

La card dell'acquario Osaka

Scatta poi l’organizzazione Giapponese al suo meglio: visto che Giova è in sedia a rotelle un addetto della metropolitana ci accompagna fino al binario, poi attende la nostra carrozza e quando questa arriva posa una specie di passerella piegabile per far entrare con comodità Giova. Alla fermata dove dobbiamo effettuare il cambio c’è un altro addetto che aspetta passerella in mano, proprio di fronte alla porta della nostra carrozza e dopo aver fatto scendere Giova ci accompagna a prendere l’altra linea. Alla nostra fermata finale  ovviamente c’è un altro addetto che aspetta passerella in mano.

Dalla fermata c’è da fare un tratto a piedi di 6/7 minuti per arrivare all’acquario. Intanto ci guardiamo attorno per trovare un locale dove mangiare. Zibido si ferma a comprare una grossa porzione di takoyaki, le palline di pastella con ripieno di polipo (poco) bollito.

Non piacciono a nessuno e più di metà finiscono nel rusco: i giapponesi hanno la fissa che il cibo va cotto poco per lasciarne intatto sapore e fattori nutrienti ed applicano questo teorema anche col polipo che così rimane duro e stopposo = immangiabile!

Osaka - Acquario. Foto di repertorio.

Accanto all’acquario c’è anche un centro commerciale con tanto di ruota panoramica annesso.

Osaka - Acquario. Il centro commerciale accanto.

Decidiamo di pranzare qui prima di procedere alla visita. E’ ora di pranzo e c’è parecchia folla. Oltre a gran parte dei fast food americani esistenti c’è anche un settore che riproduce um’pò una vecchia stradina giapponese anni ’50 con locali dell’epoca. E’ la fiera del fritto. Optiamo per provare gyoza fritti e alla piastra che si riveleranno commestibili ma niente più. In generale nei centri commerciali in Giappone si mangia bene ma non qui: questo è un posto che serve i turisti dell’acquario e non i lavoratori che ci vengono in pausa pranzo (e che sono indice di buona qualità).

Osaka - Acquario: sculture a forma di balena accanto l'edificio principale. Serviranno a fare queste tutte le balene massacrate ogni anno per "motivi di studio"?

Entriamo all’acquario dove Giova deve compare il biglietto. Lei spara il prezzo pieno. Gianluca le fa notare che Giova ha diritto al prezzo ridotto essendo in carrozzella. - Avete un documento che lo comprovi? fa questa. - Ma veramente non sapevamo servisse. Siamo Italiani. Giova tira fuori una tessera di qualche tipo e gli è la dà. La tipa guarda, non capisce ma il proforma è salvo e la prende per buona. Poi incarica una collega di accompagnarci ad iniziare la visita attraverso certe vie interne che permettono l’uso degli ascensori: presumo il percorso normale soffra di barriere architettoniche. Io avevo già visitato l’acquario di Singapore ma questo è molto più grande, con molte più specie. Per chi non c’e mai stato in un acquario aggiungo che farvi delle foto é difficilissimo a causa degli spessi vetri e dell’acqua che con l’effetto lente confondono le macchinette fotografiche automatiche ragion per cui se non potete/sapete far regolazioni manuali le foto non vengono e mi vedo costretto a postare anche qualche foto presa sul web.

Osaka - Acquario. Foto di repertorio.

L’attrazione principale è un enorme vasca centrale piena di pescecani e mante (c’è perfino l’enorme squalo balena) attorno alla quale c’è un percorso a spirale che vi porta dall’alto al basso per poter ammirare tutte le numerosi razze presenti.

Osaka - Acquario. Foto di repertorio.

C’erano anche vasche con delfini e foche che sfrecciavano velocissimi e che erano proprio simpatici da vedere. Una grossa colonia di pinguini e delle vasche con certi granchi con le zampacce più lunghe del mio braccio..brr.

Osaka - Acquario. Foto di repertorio. Sembrano mostri alieni venuti dall'oltre-spazio

Verso la fine c’è anche una bassa vasca aperta dove il pubblico può accarezzare squaletti e piccole mante il che è un esperienza simpatica considerato che sopratutto gli squali sembrano apprezzare i massaggi dorsali, chi l’avrebbe detto? Scopriamo anche che una volta al giorno i pinguini vengono fatti uscire e fatti marciare in mezzo al pubblico ma non abbiamo avuto la fortuna di capitare all’ora giusta.

Una volta usciti dall’acquario torniamo al centro commerciale vicino dove Gianluca che non aveva pranzato si fa un panino vegetariano da Subway e noi proviamo qualche improbabile schifezza da fast food. Comunque la triste realtà é che i fast food occidentali sono i posti in cui é più facile trovare qualcosa di commestibile per un vegetariano che non si voglia abbandonare alla monotonia degli onigiri con le alghe e le brioche delle panetterie. poi ci facciamo un giro per i negozi del centro commerciale, alcuni espressamente indirizzati ai turisti (l’acquario deve essere una meta molto popolare); c’é anche un negozio che vende solo merchandising dello studio Ghibli.

Osaka: nella vetrina di uno dei negozi del centro commerciale Arale ha lasciato un ricordino di un metro e passa.

In un negozio trovo le maglie da gioco dello squadre di Slam Dunk, un manga che ho adorato: oltre a quelle delle Shohoku ci sono quelle del Kainan, del Ryonan e dello Shoyo. Compro la maglia (di ottima qualità) n. 10 di Sakuragi al prezzo di 2.000 yen (meno di 20 euro) non essendoci la n.14 di Mitsui. In un negozio di memorabilia di samurai compro anche qualche decalcomania metallica per cellulari con i mon di famose famiglie di samurai mentre gli altri fanno un giro sulla ruota panoramica.

Osaka - Acquario. La ruota panoramica illuminata di sera.

Si é fatta ormai sera e ci dirigiamo (rumorosamente) verso il centro dove Gianluca e Giova vogliono andare a salutare i loro amici presso il ristorante italiano dove hanno lavorato in un passato lontano, lontano. Non volendo disturbare la rimpatriata tra vecchi amici non entro nel ristorante e mi reco invece presso un enorme negozio di articoli sportivi di 7/8 piani lí vicino. Vado al piano dedicato al baseball per vedere se riesco a trovare qualche divisa dei Giants o dei Tigers della mia misura. Finisco per comprare un paio di magliette inneggianti alle squadre partecipanti all’ultimo Koshien (il popolarissimo torneo interscolastico delle superiori a cui buona parte dei liceali giapponesi sogna di partecipare). Poi mangio qualcosa fuori e vado a riprendere gli amici al ristorante (mi rifiuto categoricamente di mangiare italiano al di fuori dell’italico suolo).

Oltre al personale del ristorante é presente anche Miki, un amica di Giova che mi chiede cosa ho acquistato e quando le dico che ho prese delle magliette del Koshien si rivela che é un accanita tifosa di baseball e degli Hanshin Tigers di Osaka e per provarmelo tira fuori il biglietto per la partita dei playoff contro i Tokyo Giants. Mi lascio scappare che mi piacerebbe moltissimo assistere alla partita visto che questa é la classicissima del baseball giapponese: um’pó come Barcellona-Real Madrid nel calcio. Miki dice che proverà a chiedere se si riesce anche se é difficile e fa un paio di telefonate: visto che pare non ci sia niente da fare poi improvvisamente mi offre il suo biglietto. La cosa mi fa sentire in colpa e provo a rifiutarlo ma lei insiste ed alla fine lo accetto (ovviamente le rimborso il prezzo ma mi sento lo stesso in colpa: attenti quando esprimette qualche desiderio presso un amico asiatico perché questi potrebbe sentirsi obbligato per gentilezza a cercare di esaudirlo). Mi tranquillizzo um’pó quando mi rivela che durante la cena hanno deciso per domenica (giorno della partita) di organizzare un party per Giova e che a lei sarebbe ugualmente spiaciuto perdersi parte della festa  di un amico che non vede da anni e che quindi non é affatto dispiaciuta di avermi ceduto il biglietto. Ottimo, allora non sono un guastafeste che non sa tener chiusa la bocca. Ci salutiamo dandoci appuntamento a venerdì visto che Miki viene con noi a Nara e torniamo in Hotel prima che chiudano tutti i servizi di trasporto

Miki tra Zibido che fa la faccia intelligente e Gianluca sempre condiscendente.


Viaggio in Giappone 2010: Day 8 – da Takayama ad Osaka

Martedì 12 ottobre

Oggi e’ il giorno in cui arrivano Gianluca e i suoi amici ma non ho fretta di raggiungerli ad Osaka visto che anche se arrivano verso le 10.00 in aeroporto gli ci vorrà tempo per arrivare in città ed installarsi in hotel e Ostello. Inoltre voglio spendere almeno la mattinata qui a Takayama: non posso negare che questa piccola cittadina mi ha stregato e voglio dare un occhiata come si deve alla parte ovest che ieri ho visto um’pó di fretta.

Faccio colazione in un chiosco che vende panini cotti al vapore con ripieno dell’onnipresente manzo locale o delle fantameravigliose verdure di montagna che c’hanno solo loro :-) .

Poi torno nella “Houmeitaigumi Preservation Area” che é la zona delle vecchie case dei mercanti che si trova nella parte ovest della città, vicino al Tempio Hachimangu, nella zona si tiene anche l’altro mercato mattutino.

Takayama, mappa del centro.

Che dire? E’ una zona deliziosa e oggi che é martedì ci sono veramente pochi turisti cosa che rende la zona ancora più tranquilla e affascinante. Qui si respira veramente l’aria del Giappone tradizionale di una volta.

Il mercato mattutino di questa parte della città é molto più piccolo di quello  che si tiene nella parte est ed é se vogliamo ancora più insignificante.

Verso mezzogiorno decido di pranzare una seconda volta nel ristorante di soba Sumikyu che tanto mi era piaciuto domenica e stavolta, essendo il locale semivuoto vengo servito piuttosto celermente; si vede la lunga attesa della prima volta era dovuta all’enorme numero d’avventori.

Il ristorante di soba Sumikyu con lo scooter e la machinetta per portare la pasta a domicilio. Notare il motivo con cui é dipinta la moto: anche i sedili dell'auto e i cuscini del ristorante riportano lo stesso motivo.

Pazzesca ‘sta macchinetta.

Poi compro qualche souvenir commestibile locale da regalare in giro e preso il mio bagaglio dall’albergo vado a prendere il mio treno per Nagoya. Oggi il treno non é affollato come all’andata. Cerco di scattare qualche foto dei bei paesaggi che scorrono fuori ma non ne viene niente di buono, peccato. A Nagoya prendo un Shinkansen per Osaka e verso le 16.30 sono già a fare il check in nel mio albergo: il New Osaka Hotel, che si trova proprio di fronte la stazione di Shin Osaka (3 min. a piedi). Gianluca ha gia preso possesso della camera: bene. Salgo in camera e naturalmente constato che come in tutti gli hotel  in cui son stato fin ora (escluso quello di Takayama) non ho lo spazio per aprire la valigia che ad onor del vero piccola non é ma comunque é una bella rottura: se la apro non ci passo più ed ovviamente non c’è un guardaroba dove riporre i vestiti.

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Ma come mai siamo finiti qui e perché alcuni stanno in hotel ed alcuni in ostello? I miei amici Gianluca e Wakako si sono sposati l’anno scorso ma non avevo partecipato alla cerimonia e visto che era prevista una cerimonia per amici e parenti giapponesi avevo promesso sarei venuto alla seconda [ogni scusa é buona per venire in Giappone :-) ]. Gianluca inoltre aveva previsto di fare una decina di giorni di vacanza con alcuni amici italiani prima della cerimonia e quindi decido di unirmi a loro.  All’inizio di agosto la data della cerimonia viene fissata e Gianluca e due dei suoi amici prenotano il volo per il Giappone: partenza 11 Ott. per Osaka, ritorno 30 Ott. da Tokyo.  Il problema é che in quel momento ero in giro e vedo l’email di Gianluca con una decina di giorni di ritardo. Provo a fare lo stesso tipo di biglietto ma mi chiedono 1.250 euro mentre il loro é costato 800. 1250 euro ad Alitalia non gli é li dó. Provo um’pó tutte le compagnie ma con partenza per Osaka e ritorno da Tokyo non riesco a trovare niente sotto i 1.200.  Decido di prendere la tratta Tokyo andata e ritorno e poi andare ad Osaka in treno. Ma non riesco comunque a trovare soluzioni a prezzi buoni, si vede ottobre é mese d’alta stagione per il Giappone. Il ridicolo sito web di Alitalia mi impedisce di completare le operazioni di compravendita e dopo 4 volte che ripeto l’operazione di scrivere tutti i dati per vedermi negata la possibilità di pagare decido di mandargli a dar via il culo e di viaggiare con un’altra compagnia. Austrian ha un offerta molto buona ma anche loro non mi fanno completare il pagamento per motivi imprecisati. Stanco di queste tiretere prendo il telefono e chiamo il servizio prenotazioni di Vienna. Mi spiegano che la tariffa che sto cercando di ottenere é limitata di posti e che per quello quando provo a prenotare evidentemente qualcuno mi brucia sul tempo.

- Bene, mi dica lei che le vede in tempo reale che date disponibili ci sono. dico io

- Partenza il 4 ottobre, ritorno il 29.

- Ma e’ una settimana prima degli altri che partono l’11.

- C’é rimasto solo un posto disponibile signore che facciamo?

- Lo prendo, lo prendo. O vado una settimana prima e pago 670€ o vado una settimana più tardi e pago 1250€. Meglio spendere quei 580€ di differenza per pagarsi gli  hotel di una vacanza prolungata, no?

Per gli otto giorni che dobbiamo trascorrere ad Osaka la premurosa Wakako ha già prenotato per Gianluca e gli altri 2 amici in un ostello vicino la stazione di Shin Osaka (http://www.osaka-yha.com/shin-osaka/) e si offre di prenotare anche per me. Io ringrazio e chiedo di vedere il sito dell’ostello. Poi ci scambiamo le seguenti mail:

Io] No aspetta, non prenotarmi ancora il posto all’ostello.
Ma ca22o sembra un lager piuttosto che un hotel.:
1) You can use the public bath from 16:00 to 24:00 and 6:00 to 8:00 in the morning. There are also private shower room.
Cioe’ non posso lavarmi dopo le 08.00!
2)Q Is there a curfew?
Yes, the curfew is at 23:00 and the elevator stops at that time. If you are going out, please come back by the time. The stairs can not be used.
Coprifuoco alle 11??? L’ascensore smette di funzionare alle 11 e NON si possono usare le scale!!!!! Sono nel paese dei combini ma tanto non posso andarci dopo le 22.30 se no rimango fuori.
3) Alle 10.00 ti sbattono fuori e fino alle 16.00 non si puo’ rientrare in camera!!!
E i prezzi di una doppia son 9.000 yen (80 €)
Quanto pagano i ragazzi per la loro camera? In quanti sono? 3?

Gianluca]  1) In quegli orari puoi usare i bagni pubblici, stile onsen, e negli altri le docce singole.
2) Questa è la gran sfiga del posto. Bisogna capire se alle 22:00 saremo cotti dal sonno per aver girato tutto il giorno, o se vorremo fare della gran vita notturna. Cmq il sito giapponese dice che chiudono alle 24:00, che mi sembra accettabile.
3) Di che parli? Dove hai trovato questa indicazione?
4) I prezzi per la doppia sarebbero di 9.000 a camera, cioè 4.500 a testa, ma purtroppo non ci sono doppie libere in quel periodo, quindi finiremmo nelle stanze collettive da 6, a 3.300. A me in realtà fa un po’ cagare come sistemazione, ma era pensata per stare in 3, dove uno stava nella stanza attrezzata con Giova (che é in sedia a rotelle), e l’altro, rimasto solo, si adeguava nella camerata, ma nulla a questo punto vieta a me e a te di prenderci una doppia economica da qualche parte lì vicino.
Wakako è dubbiosa sull’economicità del progetto, ma cercheremo e ti diremo.

Mi metto a cercare su tutti i siti di prenotazione alberghiera e su Expedia trovo un offertona che mi sbrigo a prenotare, poi informo subito Gianluca:

Io] Qui sopra il link del New Osaka Hotel sul sito di Expedia.
dal 12 al 20 ott Euro 32 a notte la singola
Se vuoi puoi pagare 38 euri ed hai la colazione buffet inclusa; io non l’ho fatta: se voglio con 600 yen faccio la colazione che piace a me in qualche forno con ottime brioche alla francese e non mi tocca beccarmi riso e zuppa di miso e chissa’ quale altra porcheria (natto?? marmellata di fagioli di soya? bleah!).
Fammi sapere quando hai prenotato.
Occhio che ci sono 2 hotel “New Osaka”, l’altro e’ a Shinbashi ma il link che ti ho dato io porta a quello giusto.

Gianluca]  Pagato l’hotel. Tutto a posto. Sono proprio contento della nuova sistemazione. Wakako però è preoccupata (sul serio!) da questa nuova libertà acquisita, che, secondo lei, ci permetterà di cadere preda di tutte le assatanate belle ragazze che ci ciruiranno. Inoltre dubita della tua fibra morale, certa che cercherai surrogati d’amore a buon mercato. Quindi vorrei che la rassicurassi sulle tue irreprensibili intenzioni in fatto di attività notturne, e che mai cercarai di traviarmi con la tua dissennata libidine.

Io] Adesso ho capito, quella merda di ostello lo ha trovato lei. Scommetto che ha cercato parecchio per trovare un posto che segrega gli ospiti alle 23.00: ma BRAVA! Infatti noi abbiamo la singola con bagno al prezzo del posto letto nel camerone da 6. Che non lo sappiano mai gli altri 2.
Se avevo intenzioni cattive trovavo l’hotel in centro (c’e’ n’erano a piu’ o meno 40 euri) dove c’e’ la movida notturna invece di stare in una zona depressa come la nostra. Anche cosi’ verso mezzanotte (quando i mezzi pubblici cominciano a chiudere) dovremo rincasare ma almeno non alle 22.30.
In quanto ai surrogati d’amore a buon mercato mi sa che mi confondi con qualche altro…{CENSURA}

Wakako] attento a come parli!! merda di ostello!!?? ho fatto una fatica bestia per trovarlo per far fare a tiziano meno sforzi possibili e sono stati anche molto gentili a rispondere un sacco di domende che dovevo fare per lui!! comunque, ti ripeto, l’ostello chiude a mezzanotte, non alle 23, che e’ un orario assolutamente accettabile se volete fare bravi turisti che si alzano presto e vanno a letto presto. capito??

Insomma avete capito la furbona. Voleva segregare il maritino e noi con lui. Proprio tremende ‘ste donne!

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Dopo qualche infruttuoso tentativo di far funzionare la scheda internazionale comprata appositamente desisto e faccio una veloce quanto salata telefonata col mio cellulare italiano. Ci incontriamo nel hotel e poi andiamo ad incontrare Giova e Zibido (che alloggiano in ostello) in stazione. Dopo un oretta arriva Marco, l’ultimo membro del nostro gruppo dall’aeroporto (visto che ha deciso di unirsi a noi non molto tempo fa, ha preso un [a quanto pare] ottimo volo Turkish Airlines, via Istanbul che arrivava nel pomeriggio; anche lui alloggia nel nostro hotel anche se avendo prenotato più tardi paga di più).

Poi inizia l’odissea della ricerca di un ristorante che accontenti tutti (MISSION IMPOSSIBLE) che sarà il leit motif dei prossimi giorni. Finiamo in un non eccelso localino che prepara omurice. Poi verso le 22.00 torniamo in hotel visto che per gli altri é il primo giorno e son tutti stanchi.


Viaggio in Giappone 2010: Day 7 – Takayama, il villaggio Hida

Lunedì 11 ottobre
Mi sveglio più tardi del solito e verso le 09.30 vado a verificare l’idea Giapponese di colazione occidentale (loro la chiamano Western Breakfast) scelta perché salmone e riso la mattina mi sembra troppo, infatti mi becco wurstel, patata bollita con maionese, omelette, insalatina, fettona di pane tostato e yogurt. Mah!

Western Breakfast al Washington Hotel Plaza di Takayama

Poi con calma mi incammino verso la città vecchia.

Takayama, mappa del centro.

Effettivamente oggi c’è molto meno gente ma comunque sopratutto verso la zona del mercato mattutino Jinya-Mae vicino al tempio Takayama Jinya c’è parecchia gente. Il mercato è abbastanza sparagnino: per lo più ci sono delle anziane signore che vendono quelli che sono i prodotti dei loro orti: radici strane, qualche insalata, sottaceti e sopratutto mele (è stagione dopotutto) a dei prezzaci che a volte sfiorano il ridicolo; qui verdura e frutta sono veramente off limits.

In alcune parti della città ci sono questi canali che sfiorano le case. Molto belli ma forse essendo di Venezia sono di parte.

Negozio che vende hamburger di manzo di Hida, c'è sempre coda davanti anche perché vengono cotti dopo l'ordinazione e ci vuole il suo tempo ma personalmente trovo mettano troppo salsa che copre il sapore della carne...

Il macellaio é talmente orgoglioso del famoso manzo locale che lo taglia appositamente in questa vetrina, immagino per invogliare i clienti.

Faccio un bel giro esplorativo della parte storica di Takayama e poi torno in stazione dove prendo il bus per il villaggio Hida (Hida no Sato). Da notare che alla biglietteria offrono un biglietto andata e ritorno con ingresso che costa 900 yen e ne fa risparmiare 100.

All'ingresso vengono illustrate le attività di artigianato tradizionale che vengono insegnate quel giorno.

In caso di pioggia i visitatori possono prendere in prestito gratuitamente gli ombrelli. A disposizione ci sono anche bastoni da passeggio.

Non manca il cibo per nutrire le carpe del lago.

Sempre gratuitamente gli ospiti possono prendere delle casacche da contadini e farsi delle foto con questi vecchi strumenti agricoli.

Visto l'odio delle donne giapponesi per l'abbronzatura ovviamente ci sono anche dei tradizionali parasole di carta di riso.

Sedie a rotelle per invalidi o anziani che si stancano facilmente (anche elettriche). Per i bimbi anche le carrozzine. Ovviamente tutto gratis.

Questo villaggio è un museo a cielo aperto che si trova ad una decina di minuti di bus dalla stazione: sono state prelevate e qui trasportate molte case tradizionali della prefettura di Hida tutte risalenti al XVII° e XVIII° secolo.

All’interno di una centenaria abitazione si svolge una lezione di artigianato tradizionale.

In molte di queste storiche abitazioni sono inoltre stati installati laboratori di artigianato tradizionale dove maestri delle varie arti insegnano ai visitatori volenterosi la loro arte il che mi sembra un iniziativa veramente degna di lode.

Francamente non mi aspettavo un granché da questa attrazione ed invece si è rilevata veramente piacevole; ho fatto più di 170 foto e mi sono ritrovato a pensare: meno male che ho una macchina fotografica digitale e non una tradizionale, se no mi toccava venire con una cartucciera di pellicole stile rivoluzionario messicano.

In una capanna dove i visitatori possono riposarsi e prendere qualcosa da bere da un distributore avevano piazzato questo antico focolare ricavato dal tronco di un enorme albero. Bellissimo!

Il giro mi ha preso più di due ore e volendo avrei potuto starci anche di più ma i piedi reclamavano riposo ed ho dovuto dar loro retta.
Arrivato in città però decido di sfruttare la luce rimasta e mi dirigo verso la parte nord ovest della città dove in teoria ci dovrebbe essere un altro quartiere con vecchie abitazioni ed un grosso tempio.
Effettivamente questa parte della città merita veramente una visita ma mi avvedo che come Miyajima anche qui tutti i negozi chiudono verso le 17.00. Il quartiere allora si spopola e ci ritrova a girare praticamente soli per queste viuzze dal sapore antico.

Visto la giornata fisicamente impegnativa mi concedo un assaggio di sushi di manzo locale. La carne fortunatamente non é proprio cruda ma leggermente scottata ed é piuttosto buona. Consigiatissima agli amanti della carne.

Purtroppo la batteria della mia macchina fotografica provata dalle fatiche della giornata mi lascia proprio quando arrivo nel vialone del tempio e le luci del tramonto lo rendono uno spettacolo favoloso. Provo a scattare qualche foto col telefono ma non è la stessa cosa, mi riprometto di tornare l’indomani mattina anche se la luce non sarà purtroppo la stessa.
Mi riposo um’pò e poco prima delle 21.00 esco. Capisco che questa è una città che vive poco di notte: quasi tutti gli esercizi sono già chiusi o stanno per chiudere; riesco comunque a farmi servire da una simpatica signora una succulenta bistecca del famoso manzo di Hida, buona per carità ma costa e non è migliore o  più morbida di un buon filetto nostrano, gli amanti della carne nostrana si rassicurino.

Per una trentina di euro il set (riso e zuppa a volonta). Notare che la bistecca arriva sfrigollante su una piastra calda e per evitare che qualche spruzzo colpisca il cliente ci mettono una corona di cartone attorno.

Buona ma cara.


Viaggio in Giappone 2010: Day 6 – Takayama

Domenica 10 0ttobre.

Sveglia presto, di corsa in stazione dove prendo lo Shinkansen per Nagoya, li cambio per un treno meno rapido che in un paio d’ore dovrebbe portarmi a Takayama.

Qui mi crolla il mito delle ferrovie Giapponesi.  Il treno è bello, con finestre super panoramiche e ottimi  sedili reclinabili dove c’è un ottimo spazio per le gambe MA a bordo del treno c’è un inconfondibile tanfo di latrina rotta che c’accompagnerà per tutto il viaggio.  Per sovrappiù il treno parte in senso di marcia inverso ai sedili cosa che mi indispone ancora di più ma quello sembra una necessità visto che dopo la prima fermata il treno riparte nel giusto senso cambiando binario.

Anche il paesaggio che si vede dai finestrini quando si viaggia nella regione Hida offre degli scorci a volte davvero splendidi, um’pò come nel Kyushu con in sovrappiù  i bei paesaggi montani del Giappone che è davvero bello dove l’uomo ha limitato il suo intervento.

Appena arriviamo a Takayama capisco che il posto è speciale: alla stazione, invece dei soliti cancelli elettronici ci sono tre controllori umani che ne espletano le funzioni.

Takayama, i cancelli della stazione ferroviaria

Di fronte la stazione c’é un chiosco dell’ufficio informazioni della città che ha perfino mappa e dépliant della città in Italiano: questa si è organizzazione. Per qualche informazione più approfondita visitate il sito turistico in italiano approntato dall’ufficio del turismo locale (http://www.hida.jp/italiano/).

Lascio in hotel la valigia e parto subito alla scoperta della città. Mi incammino per “Hirokoji street”, la strada che si trova proprio di fronte la stazione

Quasi subito si comincia a respirare una bella atmosfera, ci sono molte case di legno in quel tipico stile Giapponese ormai perso nelle grandi città che si ritrova in certi quartieri di Kyoto.

Takayama: un affolata strada nella citta vecchia.

Vedo un tradizionale negozio di soba il Sumikyu e anche se sono le 11.45 non avendo fatto colazione decido di pranzarvi subito: scelta azzeccata perché il posto è delizioso, è già pieno (prendo l’ultimo tavolo libero) ed avrò il piacere di vedere una grande moltitudine di clienti venir rimbalzata mentre aspetto di essere servito.

Takayama: Sumikyu Soba Shop. Oltre a qualche tavolo normale ci sono un paio di stanze con tatami e un paio di tavole basse ricavate da tronchi d'alberi come da foto.

L’attesa è um’pò lunga, 35 min. circa visto che qui la soba non è precotta e ci sono un paio di grossi gruppi arrivati prima di me da servire ma direi ne vale la pena. La soba è veramente squisita: si sente che è artigianale e che viene preparata senza compromessi. In una normale giornata non festiva immagino l’attesa sia assai più corta.

Per circa 1300 yen la soba con le tanto vantate verdure di montagna di Takayama: DE-LI-ZIO-SA!

Vicino alla cassa vendono la loro soba anche da fare in casa e ne prendo tre pacchi per fare dei regali, sicuro che saranno dei doni graditi.

Proseguo verso la città vecchia e vedo la folla aumentare progressivamente: non per nulla é il secondo giorno di uno dei due più importanti festival della città: la Festa d’Autunno di Takayama che si svolge il 9 e 10 ottobre di ogni anno. A sentire il sito ufficiale di Takayama il loro festival d’Autunno é una delle più belle e più eleganti feste del Giappone. L’attrazione principale sono gli splendidi carri descritti come “Youmeimon in movimento” (Youmeimon è il famoso portale decorato magnificamente che si trova al Santuario Toshogu di Nikko). Sui carri si trovano marionette fatte muovere con grande abilità.

Fatto sta che quest’anno la festa capita proprio di sabato e domenica e la cosa rende la città particolarmente affollata. La parte vecchia della città con molti edifici in legno risalenti al XIX˚ secolo é  piuttosto affascinante e oltre ai soliti negozi che vendono souvenir o specialità gastronomiche locali per turisti ci sono quelli del artigianato locale specializzato nell’intagliare oggetti di legno e mobili (sempre in legno) tradizionali e moderni.

Per chi ama il saké c’é una via di edifici tradizionali dove ci sono solo produttori di distillati: entrando dentro si sentiva il forte odore del liquore qui prodotto e stoccato e c’erano parecchi avventori che assaggiavano le varie qualità proposte prima di decidere quali bottiglie acquistare.

Passeggiando incontro un paio dei carri “Youmon in movimento” che al momento riposano in attesa di essere sollevati dai volenterosi portatori. Effettivamente sono decorati molto riccamente con uno sfarzo eccessivo, più cinese che giapponese: i particolari da cogliere sono troppi come gli ornamenti di una chiesa gotica.

Takayama: uno "Youmeimon" in movimento.

Takayama: le marionette sul carro

Ad un certo punto vedo arrivare una lunga sfilata di persone in costumi tradizionali.

Takayama: sfilata della Festa d'Autunno

Mi piazzo in un posticino accanto ad un palo della luce e me la godo mentre sfila. E’ piuttosto lunga e ci mette un buon quarto d’ora a passare tutta.

E’ composta da quel che capisco da un grande numero di persone che indossano vesti di pellegrini shinto che raccolgono offerte in favore di qualche tempio (visto la loro moltitudine non credo siano tutti sacerdoti) con assieme a loro dei sacerdoti che ogni tanto si fermano e su richiesta di un qualche abitante/commerciante locale entrano e benedicono una casa/negozio mentre 2/3 persone eseguono davanti all’edificio una danza rituale indossando una maschera di drago che ricorda quello delle festività cinesi.

Takayama: sfilata della Festa d'Autunno, il drago

La sfilata é composta sopratutto di locali (non religiosi) che vestono antichi costumi, suonano strumenti musicali tradizionali e tirano dei carretti che presumo raffigurino offerte che vengono portate in dono ai templi locali.

Poco prima delle 15.00 rientro in hotel per riposare um’pó e sopratutto per guardarmi in TV il Gran Premio di F1 che si tiene proprio in Giappone. Accendo la tele e cosa fanno? Torneo di golf, partita di baseball e corse di cavalli?!?! Ma come? Neanche il gran premio di casa lo fai vedere in diretta? Il GP inizierà con un ora e mezza di differita alla fine delle corse di cavalli, ma io sapevo già il risultato visto che seguivo la cronaca on-line su internet.

Esco di nuovo e faccio un altro giro esplorativo in città. Verso le 17.30 quando il buio si approssima buona parte dei negozi comincia a chiudere, qualcuno chiude anche prima; sembra che anche qui come a Miyajima la gente se la prende comoda e non fa a gara con i stacanovisti di Tokyo, Osaka o Nagoya, quelli si, autentici forzati del lavoro.

Decido di entrare in una bottega che propone simil takoyaki (le famose palle di pastella ripiene di polipo) con il ripieno di carne di manzo locale. Beh, devo dire che i migliori takoyaki che ho mangiato sono qui e non avevano il tako (ossia il polipo).

Takayama: takoyaki senza tako! Yumh!

Non fraintendetemi io il polipo in Italia lo mangio volentierissimo ma in Giappone te lo rifilano semicotto (semicrudo dovrei dire), duro e gommoso e non é sto gran piatto, anzi. Qui invece, con dell’ottima carne di manzo tagliata fine e condita e cotta con salsa teriyaki le cose migliorano notevolmente.

I padroni del locale con dei simpatici avventori.

Dentro le persone che vi lavorano sono simpatiche e provano a scambiare qualche parola in inglese ed anche gli avventori sono gente con qui fraternizzo subito.

Il posto deve godere di ottima fama locale visto che il muro é pieno di foto di avventori famosi che si sono fermati ad assaggiare le specialità del locale.

L'esterno del locale


Viaggio in Giappone 2010: Day 5 – Tappa ad Osaka.

Sabato 09 ottobre.

Di buon ora sotto una pioggia battente prendo un taxi per la stazione (700 yen). Treno per Hakata e da li lo Shinkansen per Osaka dove mi fermerò per la notte per poi proseguire per Takayama.

Ad Hakata mi prendo un bento pieno di cosine varie dall’aspetto delizioso che mi fa capire che a volte sarebbe più saggio comprare cose che si riconoscono chiaramente: diciamo che metà delle pietanze proposte erano per palati forti.

Nonostante il chilometraggio notevole verso le 14.00 sono già ad Osaka. Anche qui piove, e non poco. L’unica consolazione è che questo maltempo perdura su tutto il Giappone compreso il circuito di Suzuka dove questo week end ci sarà il Gran Premio di formula1: le RedBull sono favorite e la Ferrari di Alonso ha solo da guadagnare dal maltempo. Ovviamente le cose non vanno mai come uno spera: la pioggia sarà cosi forte che rimanderanno le qualifiche al giorno dopo (non accadeva da 8 anni una cosa simile in F1).
Sotto una pioggia così, l’unico posto dove andare è la Shinsaibashi Shopping Arcade, l’enorme strada commerciale coperta in centro città e cosi lascio il bagaglio in hotel e prendo il metro.
La Shinsaibashi è veramente enorme, per di più in un piovoso sabato pomeriggio di ottobre, sembra che metà Osaka abbia avuto la mia stessa idea. E’ un autentica bolgia: sembra di essere l’ultimo week end di carnevale a Venezia e solo chi c’è stato può capire cosa intendo.
In realtà io avrei anche uno scopo: comprarmi un paio di pantaloni. Sono partito con sole due paia e ne ho rotto uno quindi spero di trovarne uno della mia taglia missione abbastanza difficile:qui per dire già trovare un t shirt XL (che di solito qui è scritta LL) è difficile, la XXL è sconosciuta. Quasi subito trovo un enorme UNIQLO. UNIQLO è una specie di OVS o H&M giapponese con la differenza che mi sembra avere una qualità maggiore rispetto a questi due marchi occidentali, pur conservando prezzi davvero economici. Da quel che sapevo in Giappone UNIQLO non è marchio molto amato perché considerato poco fine vestire da loro (come l’OVS in Italia) eppure devo dire che personalmente mi piace. Ad aprile lo avevo provato per la prima volta a Londra dove c’è ne sono diversi negozi e ci avevo comprato 5 t shirt con personaggi di anime. Avevano anche un sacco di pantaloni colorati di cui però avevano solo taglie piccole.
Comunque mi ritrovo davanti ad un loro enorme negozio letteralmente preso d’assalto dalla folla con dei commessi fuori a regolare il traffico della folla: scoprirò poi che questo è il loro flagship store. I primi due piani sono reparto donna, il 3° e il 4° uomo e questi due sono um’pò meno affollati. I jeans si fermano alle tipiche taglie piccole giapponesi ma per fortuna c’erano dei classici pantaloni Chino anche in taglie più umane e me ne prendo un paio per 1990 yen (meno di 20 euro) a cui aggiungo un lupetto di cotone a 990 yen.

Vista la folla per pagare c’erano le file transennate tipo aeroporto ma c’erano parecchie casse aperte il che è un bene visto che i giapponesi sono piuttosto lenti dovendo adempiere a tutte le moine tipiche cliente-venditore. Sono lenti ma non trascurati; visto che pioveva hanno messo una sovra copertura di cellophane alla mia borsa in modo che non si bagnasse (vedere foto sotto): veramente un tocco di classe che ho apprezzato.

Unico inconveniente nel negozio ho appoggiato da qualche parte il mio ombrello da un euro e non son più stato capace di trovarlo. Comunque ho visto la pubblicità di un negozio da 100 yen nel grande store di Big Camera (un Mediaworld locale) e sono entrato a compramene uno nuovo. Ovviamente al primo piano c’era il reparto macchine fotografiche e decido di dare un occhiata ai prezzi per confrontarli con quelli di Nagasaki: vedo una Canon che avevo pensato di comprare e che qui costa 10 euro in più e mi congratulo con me stesso per il buon affare fatto e poi vedo la mia Nikon. Qui costa 15.500 yen mentre io l’ho pagata 18.800 e per di più vedo che hanno il dutyfree e che rimborsano anche l’IVA che sono un altro 5%. ACC… DANAZ…. MALEDIZ…. Ho speso quasi il 20% di più, con i 4,000 yen che risparmiavo mi ci potevo comperare 2 paia di pantaloni da UNIQLO.

Percorrendo tutta la Shinsaibashi street si finisce a Namba considerato um’pò il centro di Osaka, di sicuro uno dei punti d’incontro più rinomati della città. Il neon qui sopra, quello dell’atleta della Glico (marca di dolciumi) è il simbolo della città essendo qui dagli anni 50-60 ed infatti ci sono un sacco di turisti giapponesi che si fanno foto ricordo con questo sullo sfondo.

Poi finisco anche davanti ad un Apple store e non posso fare a meno di visitarlo ma dentro non è più speciale di altri già visti. Però è il primo luogo dove riesco a trovare un wi-fi non protetto dove collegarmi ad internet da quando sono in Giappone. In tutti gli hotel dove son stato fin’ora c’era collegamento internet gratuito in camera via cavo lan e non ho mai trovato un wi-fi libero da nessuna parte. Mi domando se quella di non dare il collegamento internet via etere non sia una precisa scelta (governativa?) per limitare l’inquinamento elettromagnetico.

Visto il tempo rientro in Hotel dove consumo due cose comprate in un combini guardando in TV un intervista in italiano con sottotitoli in giapponese al neo allenatore della azionale nipponica: Alberto Zaccheroni. L’intervistatore é nientemeno che Nakata, probabilmente il più grande talento finora espresso dal calcio giapponese che vista la lunga permanenza nel nostro campionato parla un italiano più che decente. Poi, dopo la mezzanotte fanno i cartoni animati. Si avete capito bene. Per motivi a me poco noti se di giorno provi a guardare la TV fanno solo programmi di cucina e talk show demenziali. Gli anime invece gli fanno la notte e non parliamo di roba sconcia da adulti ma dei normali cartoni animati giapponesi. Misteri del Sol Levante.


Viaggio in Giappone 2010: Day 4 – Nagasaki, nei luoghi del dolore.

Venerdì 8 ottobre.
Mi sveglio con la gola secca e dolorante. L’aria  nella stanza è secchissima eppure avevo spento il condizionatore appena  arrivato. Inoltre fuori il cielo è veramente scuro: non è che minaccia pioggia, la promette!

Esco sperando per il meglio e mi accorgo che china town è molto più estesa di quello che non pensassi, tiro fuori la Nikon per scattare una foto e sorpresa! Mi appare il messaggio: batteria scarica! MA PORC.. PUTT…ZOZ..!

I casi sono due: o è rotta o il trasformatore dell’iPhone non è adatto a caricarla. Comunque son fregato perché proprio oggi che devo visitare il parco della pace non posso far foto. Decido di proseguire per non perder tempo e di pensarci dopo,  farò foto col telefono e quel che viene, viene.
Intanto inizia a piovere. Vedo una di quelle grosse vie commerciali coperte e ci entro.
La visito e mi compro un ombrello da un euro in un negozio “tutto a 100 yen” anche se con l’IVA in realtà sono dei negozi tutto a 105 yen.
Decido di provare la specialità di Nagasaki: gli spaghetti Champon (piatto di origine cinese con cappuccio, germogli di bambù e frutti di mare in um’pò di brodo). Nel ristorante servono anche un altra specialità: gli spaghetti fritti croccanti e visto che hanno anche le porzioni piccole da assaggio decido di assaggiare entrambe.

 

Spaghetti Champon, la specialità di Nagasaki

Che vi devo dire: molto meglio gli spaghetti fritti di quelli Champoo che se fossero cosi buoni sarebbero ampiamente diffusi anche a Tokyo ed Osaka che di solito non si fanno mai mancare il meglio.

Prendo il tram che mi deve portare al parco della pace. I tram di Nagasaki sono simpatici, come a Milano hanno conservato anche i mezzi più vecchi degli anni ’50 e c’è anche l’insolito fatto per il Giappone che sono a prezzo fisso: 120 yen indipendentemente dalla distanza che si percorre, cosa che facilità assai i turisti; si paga il conducente all’uscita.
Scendo sotto una pioggerellina scrosciante e seguendo i numerosi cartelli segnaletici (in inglese) in 6-7 minuti arrivo al Parco della Pace.

Non c’è molta gente visto il tempo ma anche sotto la pioggia conserva la sua severa bellezza, anzi forse ci guadagna in fascino; diciamocelo:un luogo come questo deve ispirare profonde riflessioni ed una serena giornata di soleone mal s’adirebbe alla giusta malinconia che deve cogliere il visitatore.

La Statua della Pace è magnifica e carica d’energia.

La Fontana della pace è severa, quasi spartana ma è perfetta per il luogo.

Il parco è disseminato di piccoli monumenti e sculture donati da vari paesi stranieri.

Mi dirigo verso la zona dell’epicentro dell’esplosione: si trova in un altro parco, a 6-7 minuti a piedi da quello della pace.
La zona dell’epicentro è segnalata da un obelisco scuro circondato da cerchi concentrici.


Lì accanto, circondati da monumenti e statue varie, si trova anche il museo della bomba e la memorial hall delle vittime: visitatele!

Nagasaki - Museo della Bomba

Nagasaki - Museo della Bomba - Monumento ai fanciulli

Nagasaki - Museo della Bomba - Il bel monumento davanti all'ingesso della Memorial Hall

Stanco di questo giro fisicamente ma sopratutto emozionalmente, torno in hotel per riposare anche perché la pioggia aumenta di intensità.

Comunque la gente di Nagasaki non si fa scoraggiare neanche da Giove Pluvio, incontro infatti un gruppetto di locali che indossato un impermeabile di plastica e ricoperto con un impermeabile anche il loro tempio, se lo caricano in spalla  e continuano imperterriti il loro festival.

Resto il pomeriggio in hotel, fuori scravazza e non si può girare. La festa è rovinata: penso sopratutto a tutti i venditori delle bancarelle lungo il porto che questa sera avranno zero clienti, poveracci.

Cancello di China Town deserto sotto la pioggia

Buone notizie almeno riguardo alla macchina fotografica che col suo caricabatteria funziona, almeno non mi tocca andare a cambiarla al centro commerciale.
Esco e vado a cenare in un ristorante che avevo adocchiato il giorno prima. Ottimo.

Delicatezze varie impannate con zuppa di miso, riso e cappuccio che possono essere richiesti più volte fino a sazietà: il tutto per 1580 yen.

Davano anche pestello e mortaio per macinarsi da se i semi di sesamo da unire ad una delle due salse da usare con la carne

Poi torno in hotel che domani devo fare la tratta Nagasaki-Osaka: la più lunga del mio viaggio.
In conclusione: valeva la pena di arrivare fino a Nagasaki?
La risposta è: non ne sono sicuro. Forse non me la sono goduto come potevo a causa della pioggia, forse è una meta troppo lontana, forse…chissà?
E’ un viaggio lungo e credo che se uno decide di farlo è meglio includa qualche altra meta del Kyushu come le terme di Beppu e la futura Pompei giapponese Kagoshima.
Penso di poter affermare comunque che se siete al primo viaggio in Giappone ed avete 2 settimane o meno di tempo Nagasaki è una meta che potete escludere tranquillamente.


Viaggio in Giappone 2010: Day 3 – Nagasaki, nel profondo sud ovest.

Giovedì 7 ottobre.
Giovedì di buon ora (ma mai quanto vorrei) mi alzo, faccio un salto a provare la colazione giapponese dell’hotel (onigiri, zuppa di miso e tsukemono, i loro sottaceti) e poi via in stazione, destinazione Nagasaki.
Nagasaki si trova nel Kyushu, la più meridionale delle 4 grandi isole che compongono il Giappone, come dicevo non solo è più vicina a Seul che a Tokyo ma è a soli 60 km dalla costa Coreana.
Lo Shinkansen non arriva fino a Nagasaki: termina ad Hakata (un paio d’ore da Hiroshima) e da li si prende un treno più lento per arrivare a destinazione (un altro paio d’ore).
Scrivo questi racconti durante i miei spostamenti in treno anche perché il paesaggio che si vede dai finestrini è quello che è: cioè non un gran ché, sopratutto tra Tokyo e Osaka, ma devo dire che le cose migliorano dopo Hiroshima e nel Kyushu capita veramente di vedere spesso dei bellissimi scorci di paesaggio naturale ed urbano. All’improvviso vi appare la visione di un mini cimitero abbarbicato sulle pendici di un altura con accanto un tempietto immerso nel verde. Risaie e campi di tè disseminati um’pò da per tutto, appena l’asprezza del terreno lo permette. Sopratutto nei paesini che la ferrovia attraversa capita di vedere molte di quelle belle case tradizionali con i loro tetti scuri ed i loro piccoli giardini dagli alberi ben potati. Allora non sono scomparsi ti dici. Perché è questa l’impressione che uno si fa nelle grandi metropoli affascinanti per noi appassionati di questo paese ma oggettivamente brutte per un occhio meno parziale del nostro.
Il problema è che la maggior parte delle grandi città giapponesi son state bombardate durante la guerra e gli effetti di bombe incendiarie su case di legno e carta ve li immaginate da soli. I paesini invece ne sono rimasti indenni come indenni sono rimasti al boom edilizio del dopo guerra e al fenomeno delle enormi masse migratorie da campagna a città. E così sono sopravvissute queste vestigia del Giappone che fu che nei grandi centri sono ormai scomparse.
Arrivato a Nagasaki visto che per una volta non ho scelto un albergo accanto alla stazione vado a prendere uno dei temutissimi taxi giapponesi visto che non so dove è il posto e sbattermi in tram con un valigione di più di 20 kg. non mi va. Con 1000 yen esatti arrivo a destinazione: le guide, tutte scritte da americani, raccontano tutte di quanto siano cari i taxi in Giappone e di non avvicinarsi loro mai a più di tre metri di distanza. Grazie all’euro possiamo quasi equiparare i costi dei tassisti ladri nostrani a quelli locali; e perché allora i giapponesi delle grandi metropoli preferiscono un hotel al costo del taxi quando perdono gli ultimi treni, mi direte voi. Semplice: a parte il traffico terrificante anche a tarda notte i pendolari giapponesi spesso abitano a distanze considerevoli dal posto di lavoro, ergo i taxi sono comunque meno convenienti di un alberghetto in centro. Insomma, cari sono cari ma qualche volta si possono prendere e fanno risparmiare parecchia fatica.
Lascio la valigia in hotel e vado a mangiare qualcosa nella vicina china town che non mi sembra un granché.

Una delle barche-tempio che vengono portate in giro a China Town durante la festa che si tiene in questi tre giorni.

Poi vado al Nagasaki Dejima: l’isola artificiale in cui erano stati confinati i commercianti autorizzati ad operare in Giappone e che per più di due secoli è stata l’unica porta di comunicazione con il resto del mondo. L’ex isola (ormai è inglobata alla terraferma) è una ricostruzione recente ed è una meta molto popolare per le scolaresche elementari che la invadono a frotte.

Dejima: il modellino ricostruito all'interno del villaggio

Intanto la mia macchina fotografica decide di piantarmi in asso definitivamente (già da um’pò  faceva le bizze) dopo 4 anni di glorioso servizio (a casa ne ho una nuova ma non trovavo il carica batteria e per far prima invece di cercarlo ho preso la vecchia, managgia a me!). Che fare ora? Fossi agli sgoccioli della vacanza…ma sono appena al terzo giorno quindi non c’è tanto da pensarci: ne compro un  altra. Decido che la prendo compatta e che non voglio spendere più di 200 euro.
Mi dirigo verso il porto sicuro che prima o poi un centro commerciale che vende apparecchi fotografici lo trovo.
Mi imbatto così nella zona delle bancarelle del Kunchi Festival che si tiene proprio in questi 3 giorni. Le bancarelle sono tantissime; cibi di tutti i tipi: dolciumi locali, mele caramellate, crepes, spiedini di pollo, calamari, seppie, cibi mai visti; inoltre bancarelle di giocatoli, maschere, tiri a segno, lotterie che promettono video giochi che non vince mai nessuno, vasche di pesci rossi da acchiappare e perfino uno stand che vendeva enormi scarafoni veri e finti e per i quali i bambini andavano in visibilio, bleah!

Enorme coda in attesa di comprare i dolci di questa bancarella: devono essere proprio buoni perché c'erano altre bancarelle di dolci simili senza file d'attesa

La folla aumentava man mano che s'avvicinava la sera

Bancarella di maschere

C’era anche un tempio shinto provvisorio montato appositamente per la festa dove la gente pregava lanciando monetine per poi comprare un biglietto della fortuna e quelli che ricevevano un responso infausto lo legavano ad un muro messo lì apposta in modo che il vento se lo portasse via.

Il tempio

Il muro dei cattivi responsi.

Con l’approssimarsi della sera la folla aumenta progressivamente fino a diventare un autentica bolgia. Trovo un centro commerciale e mi ci infilo: c’è anche il reparto che vende macchine fotografiche.
Dopo una mezz’ora passata a confrontare caratteristiche e prezzi opto per una Nikon S6000 al prezzo di 18.800 yen (scontata da 29.500 prezzo di listino). Mi sembra un affare eccellente per 180 euro: è compatta ma ha un zoom ottico di ben 7x, 14mpixel e l’apertura obbiettivo è più ampia delle altre compatte della stessa grandezza; inoltre la mia prima digitale era una Nikon 2mpixel che faceva delle foto bellissime e aveva una funzione riduzione occhi rossi che funzionava veramente, la Canon e la Panasonic prese dopo di lei non mi hanno mai del tutto soddisfatto quanto la vecchia Nikon. Speriamo questa (bellissima nel suo rosso cromato) ne sia un degno successore.

Scopro anche una volta arrivato in hotel che per caricare la batteria questa non va estratta e messa nel caricabatterie: semplicemente si collega un cavo USB alla presa mini USB dell’apparecchio; ottimo! Della mia vecchia Canon avevo fatto fuori ben 2 caricabatteria, senza contare che sono sempre un ingombro cosi invece mi basta portare il caricabatteria dell’iPhone che ha 2 prese USB e può caricare 2 apparecchi contemporaneamente.
Passo nel seminterrato del centro commerciale dove come sempre in Giappone è collocato il reparto alimentare e mi prendo um’pò di cose per la cena tra cui anche la famosa “castella” un buonissimo pan di Spagna la cui ricetta fu importata dai portoghesi nel ’500 e che ha qui le sue origini giapponesi.

Castella: l'elegante confezione di una delle pasticcerie più celebri di Nagasaki

Castella: scartata la prima confezione, se ne trova un altra ermetica a tenuta d'aria (avevano perfino messo il gel assorbi umidità!)

...infine un cartone con la castella: D E L I Z I O S A ! (alla faccia dell'ecologia però, lo scarto prodotto dalla confezione è abnorme)

Tornato in hotel ceno e poi verso mezzanotte vado nel bagno pubblico dell’hotel per provare um’pò com’è. Ci son tre vasche: due grandi (una con acque bianche ed una con acque trasparenti) ed una piccola dall’acqua freddissima.
Mi immergo nella vasca dall’acqua bianca che mi sembra um’pò meno calda dell’altra e devo dire ci si sta benissimo, ma resisto a malapena 10 minuti e devo uscire in sovra ebollizione. Immergo un minuto i piedi nell’acqua ghiacciata che dicono ne fa diminuire il gonfiore e via a dormire.


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