Viaggio in Giappone 2010: Day 3 – Nagasaki, nel profondo sud ovest.


Giovedì 7 ottobre.
Giovedì di buon ora (ma mai quanto vorrei) mi alzo, faccio un salto a provare la colazione giapponese dell’hotel (onigiri, zuppa di miso e tsukemono, i loro sottaceti) e poi via in stazione, destinazione Nagasaki.
Nagasaki si trova nel Kyushu, la più meridionale delle 4 grandi isole che compongono il Giappone, come dicevo non solo è più vicina a Seul che a Tokyo ma è a soli 60 km dalla costa Coreana.
Lo Shinkansen non arriva fino a Nagasaki: termina ad Hakata (un paio d’ore da Hiroshima) e da li si prende un treno più lento per arrivare a destinazione (un altro paio d’ore).
Scrivo questi racconti durante i miei spostamenti in treno anche perché il paesaggio che si vede dai finestrini è quello che è: cioè non un gran ché, sopratutto tra Tokyo e Osaka, ma devo dire che le cose migliorano dopo Hiroshima e nel Kyushu capita veramente di vedere spesso dei bellissimi scorci di paesaggio naturale ed urbano. All’improvviso vi appare la visione di un mini cimitero abbarbicato sulle pendici di un altura con accanto un tempietto immerso nel verde. Risaie e campi di tè disseminati um’pò da per tutto, appena l’asprezza del terreno lo permette. Sopratutto nei paesini che la ferrovia attraversa capita di vedere molte di quelle belle case tradizionali con i loro tetti scuri ed i loro piccoli giardini dagli alberi ben potati. Allora non sono scomparsi ti dici. Perché è questa l’impressione che uno si fa nelle grandi metropoli affascinanti per noi appassionati di questo paese ma oggettivamente brutte per un occhio meno parziale del nostro.
Il problema è che la maggior parte delle grandi città giapponesi son state bombardate durante la guerra e gli effetti di bombe incendiarie su case di legno e carta ve li immaginate da soli. I paesini invece ne sono rimasti indenni come indenni sono rimasti al boom edilizio del dopo guerra e al fenomeno delle enormi masse migratorie da campagna a città. E così sono sopravvissute queste vestigia del Giappone che fu, ormai scomparse nei grandi centri.
Arrivato a Nagasaki visto che per una volta non ho scelto un albergo accanto alla stazione vado a prendere uno dei temutissimi taxi giapponesi visto che non so dove è il posto e sbattermi in tram con un valigione di più di 20 kg. non mi va. Con 1000 yen esatti arrivo a destinazione: le guide, tutte scritte da americani, raccontano tutte di quanto siano cari i taxi in Giappone e di non avvicinarsi loro mai a più di tre metri di distanza. Grazie all’euro possiamo quasi equiparare i costi dei tassisti ladri nostrani a quelli locali; e perché allora i giapponesi delle grandi metropoli preferiscono un hotel al costo del taxi quando perdono gli ultimi treni, mi direte voi. Semplice: a parte il traffico terrificante anche a tarda notte i pendolari giapponesi spesso abitano a distanze considerevoli dal posto di lavoro, ergo i taxi sono comunque meno convenienti di un alberghetto in centro. Insomma, cari sono cari ma qualche volta si possono prendere e fanno risparmiare parecchia fatica.
Lascio la valigia in hotel e vado a mangiare qualcosa nella vicina China Town che non mi sembra un granché.

Una delle barche-tempio che vengono portate in giro a China Town durante la festa che si tiene in questi tre giorni.

Poi vado al Nagasaki Dejima: l’isola artificiale in cui erano stati confinati i commercianti autorizzati ad operare in Giappone e che per più di due secoli è stata l’unica porta di comunicazione con il resto del mondo. L’ex isola (ormai è inglobata alla terraferma) è una ricostruzione recente ed è una meta molto popolare per le scolaresche elementari che la invadono a frotte.

Dejima: il modellino ricostruito all’interno del villaggio

Intanto la mia macchina fotografica decide di piantarmi in asso definitivamente (già da um’pò  faceva le bizze) dopo 4 anni di glorioso servizio (a casa ne ho una nuova ma non trovavo il carica batteria e per far prima invece di cercarlo ho preso la vecchia, managgia a me!). Che fare ora? Fossi agli sgoccioli della vacanza…ma sono appena al terzo giorno quindi non c’è tanto da pensarci: ne compro un  altra. Decido che la prendo compatta e che non voglio spendere più di 200 euro.
Mi dirigo verso il porto sicuro che prima o poi un centro commerciale che vende apparecchi fotografici lo trovo.
Mi imbatto così nella zona delle bancarelle del Kunchi Festival che si tiene proprio in questi 3 giorni. Le bancarelle sono tantissime; cibi di tutti i tipi: dolciumi locali, mele caramellate, crepes, spiedini di pollo, calamari, seppie, cibi mai visti; inoltre bancarelle di giocatoli, maschere, tiri a segno, lotterie che promettono video giochi che non vince mai nessuno, vasche di pesci rossi da acchiappare e perfino uno stand che vendeva enormi scarafoni veri e finti e per i quali i bambini andavano in visibilio, bleah!

Enorme coda in attesa di comprare i dolci di questa bancarella: devono essere proprio buoni perché c’erano altre bancarelle di dolci simili senza file d’attesa

La folla aumentava man mano che s’avvicinava la sera

Bancarella di maschere

C’era anche un tempio shinto provvisorio montato appositamente per la festa dove la gente pregava lanciando monetine per poi comprare un biglietto della fortuna e quelli che ricevevano un responso infausto lo legavano ad un muro messo lì apposta in modo che il vento se lo portasse via.

Il tempio

Il muro dei cattivi responsi.

Con l’approssimarsi della sera la folla aumenta progressivamente fino a diventare un autentica bolgia. Trovo un centro commerciale e mi ci infilo: c’è anche il reparto che vende macchine fotografiche.
Dopo una mezz’ora passata a confrontare caratteristiche e prezzi opto per una Nikon S6000 al prezzo di 18.800 yen (scontata da 29.500 prezzo di listino). Mi sembra un affare eccellente per 180 euro: è compatta ma ha un zoom ottico di ben 7x, 14mpixel e l’apertura obbiettivo è più ampia delle altre compatte della stessa grandezza; inoltre la mia prima digitale era una Nikon 2mpixel che faceva delle foto bellissime e aveva una funzione riduzione occhi rossi che funzionava veramente, la Canon e la Panasonic prese dopo di lei non mi hanno mai del tutto soddisfatto quanto la vecchia Nikon. Speriamo questa (bellissima nel suo rosso cromato) ne sia un degno successore.

Scopro anche una volta arrivato in hotel che per caricare la batteria questa non va estratta e messa nel caricabatterie: semplicemente si collega un cavo USB alla presa mini USB dell’apparecchio; ottimo! Della mia vecchia Canon avevo fatto fuori ben 2 caricabatteria, senza contare che sono sempre un ingombro cosi invece mi basta portare il caricabatteria dell’iPhone che ha 2 prese USB e può caricare 2 apparecchi contemporaneamente.
Passo nel seminterrato del centro commerciale dove come sempre in Giappone è collocato il reparto alimentare e mi prendo um’pò di cose per la cena tra cui anche la famosa “castella” un buonissimo pan di Spagna la cui ricetta fu importata dai portoghesi nel ‘500 e che ha qui le sue origini giapponesi.

Castella: l’elegante confezione di una delle pasticcerie più celebri di Nagasaki

Castella: scartata la prima confezione, se ne trova un altra ermetica a tenuta d’aria (avevano perfino messo il gel assorbi umidità!)

…infine un cartone con la castella: D E L I Z I O S A ! (alla faccia dell’ecologia però, lo scarto prodotto dalla confezione è abnorme)

Tornato in hotel ceno e poi verso mezzanotte vado nel bagno pubblico dell’hotel per provare um’pò com’è. Ci son tre vasche: due grandi (una con acque bianche ed una con acque trasparenti) ed una piccola dall’acqua freddissima.
Mi immergo nella vasca dall’acqua bianca che mi sembra um’pò meno calda dell’altra e devo dire ci si sta benissimo, ma resisto a malapena 10 minuti e devo uscire in sovra ebollizione. Immergo un minuto i piedi nell’acqua ghiacciata che dicono ne fa diminuire il gonfiore e via a dormire.

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