Viaggio in Giappone 2010: Day 22 – Matsumoto: il castello e la scuola dove si fermò a riposare l’imperatore.


Martedì 26 ottobre

Mi sveglio tutto pesto e dolorante: meno male che dicono che fa bene dormire sul pavimento! Per quanto mi riguarda l’accoppiata “futon + tatami” è letale; sarà che dormo a pancia in giù, sarà qualcos’altro ma dopo aver dormito per terra, sto sempre uno schifo. Inoltre fa anche freschetto in queste camere, soprattutto la mattina. Le delizie della casa tradizionale giapponese non fanno decisamente per me: voglio letto e riscaldamento centralizzato.

Mi riassetto e porto giù la borsa per lasciarla in custodia mentre giro per la città, ripartirò col treno verso le 18.00 quindi mi aspetta una lunga giornata.  Per fortuna il cielo è grigio ma non piove più.

Ripercorro Nawate Doori, la strada del lungofiume percorsa ieri; ovviamente la mattina coi negozi aperti ha un aspetto più vivace. Do un’occhiata ad alcuni negozi di artigianato/souvenir e compro due tre cosine. C’è un negozio di chimono usati piuttosto caro e non troppo fornito che non mi entusiasma più di tanto, poi sorpresa: in un negozio di giochi e modellini trovo in vendita anche le carte di Magic. E’ paradossale che nelle grandi città cerco e non trovo negozi che le vendano e poi finisco per trovarle in un piccolo centro come Matsumoto. Scatto un paio di foto nel giardino del tempio locale mentre un paio di sacerdoti (o sono semplici volontari?) vestiti con abiti tradizionali spazzano scrupolosamente le foglie cadute.

Mi dirigo nuovamente verso il castello per vedere che aspetto ha di giorno e se è possibile visitarlo. Anche alla luce del sole la fortezza fa la sua figura. Scatto alcune foto e poi attraverso il ponte che attraversa il fossato, pago il biglietto d’ingresso ed entro nel cortile del maniero.

Come sempre è tutto perfettamente lindo ed organizzato. C’è un negozio di souvenir che vende oltre a vari gadget raffiguranti il maniero anche diverse specialità culinarie locali: più vado in giro e più ho l’impressione che l’unica cosa che interessi i turisti giapponesi sia il cibo locale; i loro sono per lo più tour gastronomici e tornati a casa bisogna portare in dono qualche prelibatezza indigena. Nel cortile è in corso anche una mostra di bonsai alcuni dei quali sono proprio belli.

Per entrare nel castello vero e proprio tanto per cambiare bisogna togliersi le scarpe; di solito la cosa non mi disturba ma oggi è diverso: la temperatura è sui 10-12 gradi ed è anche piuttosto umido quindi anche se i pavimenti sono in legno sono freddissimi. L’edificio ovviamente non è riscaldato il che lo rende una specie di ghiacciaia: non doveva essere il massimo abitarci d’inverno. La cosa che più mi colpisce è la ripidità degli scalini che sono altissimi: io sono alto un metro e novanta e ho le gambe lunghe, cionondimeno facevo una fatica boia ad arrampicarmici, figuratevi una giappina di un metro e cinquantacinque che deve fare. Dentro ci sono um’pó di armi d’epoca e poco più, perlopiù le stanze sono vuote (come da tradizione nipponica).  Diciamo che il castello è più bello fuori che dentro ma comunque vale la pena di pagare il biglietto per entrare a visitarne il cortile e l’nterno.

Lasciato il maniero, seguendo la mappa turistica della città mi dirigo verso l’altra grande attrazione di Matsumoto: la Kaichi School Museum. La scuola Kaichi è una delle prime scuole moderne del Giappone: l’attuale edificio è del 1876 e fu costruito su modello di quelli occidentali dell’epoca.


Originariamente la scuola era sul lungofiume e quando questo tracimava la metteva in pericolo, ragion per cui quando negli anni 60’ fu necessario chiuderla perche ormai troppo vecchia (non dimentichiamo che è tutta in legno) si prese la decisione di trasformarla in un museo e spostarla in un luogo più sicuro.

La vera fortuna della Kaichi fu il fatto che nel ‘800 ebbe il grande onore di essere visitata dall’imperatore Meiji che si fermo anche a fare un riposino pomeridiano in una delle aule: quando per l’edificio arrivò il momento di essere dismesso i politici locali non ebbero il coraggio di demolirlo come si faceva di solito visto l’augusta presenza che lo aveva nobilitato con la sua pennichella. Cosi nel ’61 l’edificio fu nominato “importante edificio culturale d’interesse nazionale”, in due anni fu trasportato sul sito attuale e nel ’65 fu trasformato in museo.


L’edificio è conservato molto bene e nelle aule ci sono ancora i banchi di scuola originali: bhé sono proprio minuscoli, anche per una scuola elementare. Sembrano veramente quelli dell’asilo nido; evidentemente in quel periodo i bambini mangiavano pochissime proteine ed erano di statura molto bassa; salta all’occhio in Giappone infatti la grande differenza tra i giovani d’oggi (alti come gli italiani) e gli anziani (molto più bassi).

Lasciata la scuola torno con calma verso il castello. E’ piacevole andarsene a zonzo per questa amena cittadina che non ha ancora ceduto del tutto agli obbrobri della moderna architettura. Perfino i coperchi dei tombini colorati e stilizzati sono bellissimi.

Matsumoto - un tombino

Faccio il giro di tutto il fossato del castello splendido coi suoi alberi che ormai hanno cominciato ad assumere i colori dell’autunno. Inoltre oltre che essere pieno delle onnipresenti carpe giganti ci sono molte anatre ed alcuni cigni che sguazzano allegramente e che contribuiscono ad accrescere  ulteriormente il fascino del posto.

Ricapito di nuovo davanti al locale di soba dove ho cenato ieri sera. Oggi davanti al locale c’è anche un cestello di legno dove si cuociono al vapore degli oyaki. Questi sono una specialità della zona di Nagano che é troppo montagnosa e fredda per consentire la coltivazione del riso. Qui si coltiva il grano saraceno con il quale si fa la soba e appunto gli oyaki: piccoli panini al vapore il cui impasto é fatto con farina fermentata di grano saraceno e un ripieno di verdure di vario genere ( a volte ci mettono anche carne o la terribile marmellata di fagioli locale). Come potete vedere nella foto qui sotto gli oyaki sono incellofanati e su ognuno c’è un adesivo che ne dichiara il ripieno: ovviamente io non capisco un acca e ne prendo tre a caso che si riveleranno tutti ottimi. Da assaggiare!

Poi torno verso il lungofiume visto che voglio visitare Nakamachi Street (vedi la mappa sotto al punto 5), la vecchia strada commerciale che dicono abbia conservato parte del fascino di una volta.

Effettivamente Nakamichi Street conosciuta anche “strada delle case vecchie” é molto carina. Qui ci sono molte vecchie case che sono state restaurate e nelle quali sono state aperte piccole botteghe di souvenir e artigianato locale. E’ diversa dalle strade di Takayama: li la faceva da padrone il legno e gli edifici avevano un aspetto più antico. Qui lo stile e diverso: c’é meno legno e piu mattone. Takayama richiama piu un Giappone pre-occidentale del XVIIIº secolo mentre qui l’architettura ricorda quella del periodo Meiji (fine ottocento, inizi novecento).

Entro in un negozio di ramen. Il locale dentro non é un granché ma promette bene visto che le pareti sono tappezzate di autografi di gente famosa tra cui diversi mangaka che accompagnano sempre  l’autografo col disegno di un loro personaggio (riconosco quelli di Miyazaki, Reiji Matsumoto e altri che non ricordo). Ordino gyoza, shu-mai e dei ramen la cui pasta é rossa (a causa di qualche ingrediente nell’impasto che la colora).

Gyoza e shu-mai.

Il tutto si rivela ottimo d’altronde lo ripeto: la qualità media del cibo in Giappone é piuttosto alta  (si sa che i giapponesi sono perfezionisti ed il fatto di avere locali che bene o male sono specializzati unicamente in due/tre piatti con qualche variazione fa si che i cuochi siano molto competenti nel loro campo e che gli ingredienti siano di solito freschi e di buona qualità). Piu’ é ampio il menu di un ristorante più é probabile ci siano dei piatti che vengono meno bene al cuoco/che gli ingredienti non siano dei più freschi: é una regola che vale in tutto il mondo.

Proseguo la mia visita della via. Trovo un grande negozio di kimono usati (avrete capito sono una mia passione) che dispone di grande varietà e grande quantità. Per girare in mezzo alla merce bisogna togliersi le scarpe visto che il pavimento é di paglia di riso. Purtroppo qui la merce é più cara di quella che si trova ai mercati e la roba che mi piace stranamente é la più costosa e poi per stavolta ho già dato.

Compro una prestigiosa confezione di dolci e cracker da un bella pasticceria locale da portare in dono ai genitori di Kunio. Poi mentre sto pensando che ormai é tempo di tornare a Tokyo visto che la sera si appropinqua capito davanti alla grande vetrina di un negozio di mobili nella quale vedo quello sto cercando da tempo: un ikou: il mobile appendi kimono. Questo non é di quelli massicci che usano i negozi di lusso ma uno di quelli piu bassi che si piegano in due per riporli facilmente.

Entro nel negozio per dargli un occhiata ed informarmi sul prezzo. Mi si avvicina un commesso sui 35 notevolmente sovrappeso cosa che in un paese di magri salta subito all’occhio. Ovviamente non parla una parola di inglese quindi vai di mimica. Gli faccio vedere l’ikou e gli chiedo il prezzo. E’ piuttosto leggero quindi decido che posso portarmene due fino a Tokyo e poi spedirli, tanto il problema é l’ingombro e spedirne uno o due non dovrebbe cambiare più di tanto. Infarcendo il mimo con parole pseudo inglesi il commesso mi fa capire che é possibile smontare il mobile per trasportarlo più agevolmente. ma é una figata mi dico; cosi posso portarli direttamente con l’aereo. Il commesso mi porta nell’ufficio del negozio, mi fa accomodare e tira fuori un laptop, lo accende va sulla pagina del traduttore di Google e comincia a scrivere in giapponese per poi far tradurre al web in inglese. Io rispondo a mia volta scrivendo in inglese e facendo tradurre in giapponese. Non sono traduzioni perfette ma ci intendiamo e comunque badiamo entrambi ad usare frasi semplici:

– Quanti ne vuole?

– Due.

– Fino a quando sta a Matsumoto?

– Parto tra due ore per Tokyo.

– E’ un problema. Dobbiamo smontare gli ikou.

– Che problemi ci sono? facciamolo ora.

– Sono incollati. Dobbiamo mettere del solvente e aspettare 2/3 giorni. Posso sperdiglieli a Tokyo.

– Tra 3 giorni torno in Europa. Non c’é tempo. Potete spedirli in Bulgaria?

– B U R R U G A L I A A ???? (ma come caz… fate ad invertire sempre le R e le L? va là che lo fate apposta!). EEEHHHH!!! MMhhh! Un attimo, provo a telefonare alle poste.

Parte telefonata di 10 minuti buoni con l’ufficio postale, calcoli, controlli e ricontrolli, mugugni e grugniti, insomma tutto il repertorio che la lingua nipponica può offrire. Io guardo affascinato la scena sentendomi in colpa per tutto il casino scatenato ma ormai la macchina giapponese si é messa in moto ed é inarrestabile; e poi giustamente il cliente é il re e bisogna offrirli un servizio come si deve, altro che da noi! Alla fine mi comunica che spedire i due ikou costerà 7.000 yen. Ci sto dentro quindi pago facendomi fare due scontrini separati in modo da gabbare gli esosi doganieri che mi aspettano al varco. Specifico che non metta nessun tipo di documento dove sia indicato il prezzo della merce. Ovviamente quando la roba mi arriverà tre mesi dopo la merce viaggerà con tanto di copia della fattura e mi toccherà pagare prezzo pieno alla dogana, Zio Chen! Il commesso é comunque soddisfattissimo per essere riuscito a sbrigarsela con un barbaro straniero e ci facciamo un paio di foto assieme prima sulla mia macchina fotografica e poi sul suo iPhone. Certo il progresso tecnologico é veramente una gran cosa. Dieci anni fa non saremmo mai riusciti a capirci mentre oggi grazie all’informatica ci siamo intesi perfettamente. Grazie Google! A quando la traduzione vocale simultanea? Pare ci stiano già lavorando.

Il simpatico venditore sudato ma soddisfatto visto che é riuscito a soddisfare anche il barbaro cliente straniero.

Passo per la Ryokan per rendere la borsa che ho lasciato e scopro che il mio ombrello trasparente che avevo lasciato all’entrata assieme ad  altri ombrelli é sparito. Bene é il quarto ombrello che riesco a perdere da quando sono qui: penso sia un record. Chiedo a quelli della ryokan e questi me ne danno uno dei loro, nero, grande, con un bel kanji: ottimo ci ho guadagnato davvero ma perdere questo mi spiacerà, mannaggia a me e non dubito che ci riuscirò.

M’incammino con calma verso la stazione godendomi la città di sera con le vetrine illuminate. Il mio treno parte tra una trentina di minuti quindi decido di fare una scappata al Mos Burger li accanto e quasi rischio di perdere il treno. Come ho già spiegato in un mio vecchio articolo i panini non sono precotti come negli altri fast food ma sono cucinati al momento il che richiede um’pó di tempo. Aggiungiamoci il fatto che il locale era pieno e veramente ho rischiato di non fare in tempo. Continuo a  stra-consigliare questo fast?-food ma se siete in una situazione come la mia e dovette da li a poco prendere un mezzo di trasporto rinunciate e prendetevi uno dei tanti bento locali.

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